AERITALIA. I protagonisti dell’industria aeronautica campana degli anni 80

aeropolis dsalenia

LA PARABOLA DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE DEL TERRITORIO NAPOLETANO.

di Antonio Ferrara(1)

Ho una tale fiducia nel futuro,
che faccio progetti solo per il passato

Ennio Flaiano

 

 

Sommario

Parte 1.

AERITALIA – La Sinistra politica e sindacale dell’azienda aeronautica di Pomigliano D’Arco.

Introduzione (Cap.1)

Il PCI e la volontà di riscatto della città. (Cap.2)

La sezione Pci e i sindacalisti del PSIUP.  (Cap.3)

L’azienda Aeritalia (Cap 4)

 

I PROTAGONISTI

        – Renato Bonifacio (Cap 4.0)

           – Fausto Cereti        (Cap 4.1)

La Politica. Gli anni bui dall’80 al 90 (Cap 5.0)

Le crisi e la rottura con il PCI napoletano (Cap.5)

L’emarginazione della sezione di fabbrica(Cap.6)

IL DECOLLO (Cap.7)

Walter Veltroni e Fabio Mussi(Cap.8)

La RICERCA SOCIOLOGICA e i lavoratori(Cap.9)

Epilogo (Cap.10)

 

Parte 2.

NEL CASSETTO DEL DIMENTICATOIO Aeritalia P.C. I. 1980 1981 1982 1983 1984 1985

La ricostruzione di alcune grandi, piccole storie di protagonisti di un’epoca

 

NAPOLI e il Partito Comunista (01)

Le Cooperative degli ex detenuti  (02)

La città,il dramma del terremoto e la strategia eversiva (03)

I movimenti di lotta per il lavoro (04)

Piano per il lavoro, le liste e le cooperative (05)

I finanziamenti ai progetti (06)

Lo scandalo. Il meccanismo della truffa delle cooperative dei detenuti (07)

I personaggi e i provvedimenti della magistratura (08)

Il partito comunista napoletano e le sue responsabilità (09)

Le lacerazioni e la discussione nel partito  (010)

La Legge 285 e le cooperative di Servizio (011)

Lo scandalo delle assunzioni alla Provincia di Napoli (012)

La rivincita sul moralismo dei comunisti (013)

Antonio Bassolino e “La Terra Nostra” (014)

 

CONCLUSIONI

 

 

 

 

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Introduzione

In queste ultime settimane c’è stato un ritorno d’attenzione del sistema mediatico per i comunisti italiani.  Alla rievocazione del centenario della nascita del PCI e alla scomparsa di Emanuele Macaluso è stato dato dalla stampa ampio spazio, anche i grandi giornali nazionali hanno pubblicato fascicoli e libri sulla storia remota e recente del PCI. (2)

Di questo ritornare a parlare dei comunisti italiani è complice anche il Covid, il troppo tempo speso nell’isolamento ha consentito di ricordare e ricostruire vicende lontane. Tante piccole e grandi storie pubbliche e private vissute in prima persona da gente non più giovanissima, e mai del tutto rimosse dalla memoria.

 

Sulla storia del PCI napoletano si è scritto e parlato anche troppo; è più che probabile che le copie vendute dei nuovi libri usciti di recente sull’argomento faranno a breve bella mostra sulla bancarella di don Gennaro a San Biagio dei Librai dove si riciclano le librerie private di tanti napoletani ex comunisti e appassionati di storia e politica.

Se poi si leggono le dichiarazioni rilasciate in questi giorni da Antonio Bassolino sulle mitiche figure operaie delle fabbriche napoletane, allora la sensazione è che sulla pista del palcoscenico, dopo oltre un quarto di secolo, ci sia solo una scenografia, nemmeno ritoccata, del già visto.

Lo scopo di questa nota di poche pagine invece è ricostruire una storia minore di cui nessuno ha mai scritto un rigo: le vicende del gruppo dirigente comunista AERITALIA degli anni ‘70 e ottanta.

Leonardo, il nome di oggi della storica azienda aeronautica AERITALIA, è una multinazionale conosciuta e nell’immaginario collettivo è considerata un modello positivo d’industrializzazione. Sarà anche vero, ma i fatti qui narrati risalgono al periodo quando l’Aeritalia si avviava a diventare quell’importante gruppo industriale che è oggi.

Lo sviluppo dell’azienda era caratterizzato, oltre che da importanti investimenti pubblici (Aeritalia era un’industria a Partecipazione Statale), da migliaia di nuove assunzioni negli stabilimenti di Napoli, Torino e Nerviano.

Gli anni ’70 e ’80 furono il periodo durante il quale migliaia di giovani in Italia ebbero accesso alle grandi industrie pubbliche italiane, per la prima volta dopo il boom economico, l’incremento dell’occupazione riguardava anche le regioni meridionali e la Campania.

Nella prima fase, agli inizi degli anni ’70 le fabbriche metalmeccaniche dei trasporti, cantieristica, agroalimentare, siderurgiche, dell’auto e le nascenti industrie aeronautica ed elettronica, si erano riempite di soli operai; poi, negli anni successivi, tra i due decenni, le assunzioni di massa si estesero anche a ingegneri, tecnici, laureati e diplomati.

Era la prima importante risposta della classe politica e dell’industria pubblica italiana alle aspettative giovanili e alla richiesta di lavoro qualificato conseguente alla scolarizzazione di massa. 

I giovani assunti oltre che scolarizzati erano anche formati politicamente, molti di loro avevano militato in contesti sociali fortemente conflittuali, per cui, dal contatto ravvicinato con il mondo operaio, fu inevitabile che un gran numero di loro si avvicinassero al PCI e alle sue organizzazioni di fabbrica. 

In Campania, l’Aeritalia e in misura minore l’Olivetti di Pozzuoli e Selenia del Fusaro, furono tra le prime grandi aziende pubbliche e private che aprirono i cancelli a molti giovani diplomati e laureati napoletani.

Questo significò per molti di loro la possibilità di non trasferirsi nel Nord industrializzato, l’opportunità di avere un lavoro gratificante e, per la prima volta, l’opportunità di poter fare una vera esperienza formativa internazionale anche in grandi gruppi industriali mondiali.

Tutto questo senza lasciare la città, le famiglie e gli amici.

Questo rinnovamento dell’industria con l’accesso al lavoro delle nuove generazioni avrebbe potuto rappresentare anche un’opportunità per la classe dirigente meridionale e per i partiti di aggiornare la rappresentanza politica che, ben prima dell’intervento della magistratura, aveva dimostrato, di non essere più adeguata a governare la modernizzazione del Paese.

La vicenda del gruppo dirigente della Sezione PCI Aeritalia è uno spaccato di questo scenario, il cui epilogo aiuta a capire che il partito comunista napoletano, dopo il decennio di crescita e successi politici ed elettorali, dagli anni ‘80 si avviava a diventare un soggetto politico nel solco dei partiti dei quali era stato un’alternativa.

Nei gruppi dirigenti provinciali dell’organizzazione, il confronto, le posizioni politiche e le decisioni nell’amministrazione pubblica erano sempre più condizionate da ambizioni e interessi personali di carriera e dalla conservazione di equilibri raggiunti dopo estenuanti mediazioni.

La pratica del potere con la gestione della ricostruzione post-terremoto, una consolidata ed estesa presenza nelle istituzioni, aveva messo in moto quella ‘mutazione genetica’ nel Pci campano che negli anni successivi ha travolto l’intera classe politica napoletana di estrazione comunista.

Nel caso dell’Aeritalia quella deriva fu la causa della fine traumatica dell’organizzazione comunista di fabbrica.

A conclusione di un lungo periodo di difficoltà con la Federazione comunista napoletana, nel 1986, l’intero gruppo dirigente della sezione PCI lasciò la militanza politica e il partito comunista.

Di queste vicende sono rimaste le copie del DECOLLO, il giornale della sezione di fabbrica, quelle recuperate sono digitalizzate e pubbliche su Web, la Biblioteca Nazionale di Napoli ne corserva catalogate copie originali di tutti i numeri stampati.

Testimonianza di notevole interesse è il materiale conservato di una ricerca del 1985 promossa dalla sezione Pci di fabbrica, il progetto di una indagine sociologica promossa dai dipendenti di una grande azienda che rappresenta una delle più significative promossa in quegli anni nell’industria metalmeccanica italiana.

La storia dei comunisti dell’Aeritalia si sarebbe esaurita probabilmente quando il P.C.I decise di smettere di esistere o forse nel 1993 quando i lavoratori dell’azienda di Pomigliano D’Arco vissero una lacerante stagione di lotte sindacali.

Ma questa è un’altra storia, che dovrebbe essere ricostruita da qualcun altro.

La vicenda della sezione Aeritalia che si propone in queste pagine e quella  ancora ricordata nelle discussioni, non solo nostalgiche dei lavoratori più anziani, perché  ebbe un prologo molto orginale da quello di esperieze vissute in altre aziende.

I comunisti dell’organizzazione di fabbrica negli anni successivi divennero la classe dirigente napoletana  dell’azienda e contribuirono alla crescita del gruppo e al successo dei grandi programmi industriali che resero leader in Europa l’aeronautica campana e nazionale. ( Return Indice )

 

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Il PCI e la volontà di riscatto della città.

Può anche non esserci un luogo da raggiugere, ma il movimento in una direzione cambia ugualmente il mondo.

Claudio Lolli

Dalla prima metà degli anni 70, con l’epidemia del Colera e il risultato del referendum sul Divorzio, per la DC e i partiti che governavano la città si aprì una fase di grave crisi politica che avrebbe portato il PCI napoletano, nel biennio 75/76, al miglior risultato elettorale della sua storia.

Napoli aveva eletto sindaco Maurizio Valenzi, e molte città della provincia avevano per la prima volta dei comunisti come primi cittadini. Il successo alla Mostra D’Oltremare della Festa dell’Unità provinciale dopo le amministrative del ’75 e quello straordinario ottenuto dalla Manifestazione  Nazionale dell’anno successivo  avevano dimostrato quanto erano cresciuti in quei pochi anni il consenso, la partecipazione dei militanti e la capacità organizzativa del partito napoletano.   ( Watch Video – Napoli Festival Unità 1976 )

Dal 4 al 19 settembre ’76 per la prima volta la manifestazione dei comunisti italiani si svolgeva al di sotto di Roma. Nel corso delle due settimane centinaia di migliaia di napoletani visitarono l’immensa area allestita di Fuorigrotta. 

Spazi enormi da utilizzare per la prima volta in città per la Cultura, la politica, il Cinema , l’Arte, la musica, il ballo e spazi per giovani e aree per l’intrattenimento dei bambini.

Tre le aree recuperate e dedicate al teatro, Il Mediterraneo, il Teatro dei Piccoli e l’Arena Flegrea, ripulita nei mesi precedenti dai militanti napoletani. Rappresentazioni di artisti che ci piace ricordare tra le tante quella di Eduardo De Filippo e Luigi Nono, Napoli Centrale, Sergio Bruni, Severino Gazzelloni,  Rino Gaetano, Lucio Dalla, Antonio Casagrande, Marina Pagano e Achille Millo e testimonianze di artisti internazionali e dai Paesi sudamericani, con il concerto straordinario degli Inti Illimani. 

Nuova impetuosa avanzata del Pci” titolò a tutta pagina l’Unità. Il titolo sanciva il successo dei dirigenti napoletani, durante la Festa il partito impegnò migliaia di volontari, molti giovani, operai e militanti delle sezioni del Centro Storico che gestirono nel corso dei sedici giorni di dibattiti, concerti, film, mostre.

La città del sindaco Maurizio Valenzi che un anno prima aveva guidato i comunisti alla conquista di Palazzo San Giacomo, mostrava al Paese un volto nuovo della città capace di ospitava oltre un milione di persone provenienti dal resto d’Italia.

Nei dibattiti, tra gli altri, Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Pio La Torre e Norberto Bobbio. Ma sono le immagini del comizio di Enrico Berlinguer la sera del 19 settembre, che ancora colpiscono. Una folla immensa: “Il Festival ha saputo dare voce a una Napoli in gran parte ignorata, al potenziale produttivo di questa città, al suo patrimonio artistico, alle sue energie culturali e scientifiche, dando coscienza di ciò che questa città avrebbe potuto dare e potrà dare per lo sviluppo del Mezzogiorno e per l’avvenire di tutta la nazione italiana“.

In città e in provincia, nell’intera Campania il PCI veniva fuori dall’isolamento dei decenni precedenti.

Protagonisti del successo della manifestazione i tantissimi giovani che avevano gestito l’organizzazione e le numerose attività della kermesse e le migliaia di operai delle aziende napoletane che nei mesi precedenti, con il lavoro volontario avevano allestito gli spazi fieristici.

I successi elettorali e organizzativi avrebbero richiesto un rapido rinnovamento generazionale del quadro dirigente e un’apertura  incondizionata del partito a quei pezzi di società che speravano in un cambiamento reale della città.

Nelle imprese metalmeccaniche la presenza organizzata del partito era consolidata da solidi legami con gli operai costruiti nei decenni precedenti quando  nelle fabbriche era fortissimo lo scontro con il padronato. Un contesto quindi che nelle fabbriche napoletane non favoriva  il rinnovamento delle organizzazioni di base e le relazioni  generazionali  tra i  lavoratori.

Nell’area industriale di Pomigliano D’Arco dalla seconda metà degli anni 70 le grandi imprese metalmeccaniche pubbliche al fine di riposizionarsi nei mercati di riferimento e conquistare nuovi spazi di mercato avviarono una complessa ristrutturazione che in poco tempo determinò una profonda traformazione delle fabbriche e del territorio.

Le aziende napoletane per rinnovare i prodotti ed  elevare la soglia tecnologica ammodernarono rapidamente gli impianti e il sistema produttivo. Per la prima volta furono significativamente estese le aree tecniche e di progettazione che indussero profondi cambiamenti nell’organizzazione del lavoro e nel sistema delle relazioni industriali.

Per interpretare le trasformazioni conseguenti ai processi d’ammodernamento dell’industria, i partiti di sinistra e il sindacato avrebbero dovuto estendere i gruppi dirigenti politici a quelle nuove figure professionali.

Invece nelle fabbriche tra i partiti di sinistra e i sindacati era consolidato un equilibrio della rappresentanza prevalentemente costruito sul prestigio e l’esperienza dei vecchi militanti. Tra gli operai c’era ancora una lontana diffidenza verso tecnici e impiegati.

Non aiutava l’integrazione il meccanismo che allora regolava l’ingresso dei nuovi assunti nelle aziende. Il sistema dei partiti e il crescente potere sindacale controllavano in sostanza le assunzioni di operai, non solo nei grandi gruppi, attraverso la gestione delle commissioni di collocamento, la legge 285 del 1977 per l’occupazione giovanile e poi con i movimenti dei disoccupati organizzati.

Le aziende selezionavano quasi esclusivamente laureati e diplomati, anche se, nelle imprese a partecipazione statale, queste assunzioni risentivano pesantemente delle ingerenze dei partiti.

L’ingresso di un gran numero di laureati e diplomati portava nelle fabbriche giovani napoletani politicizzati nell’impegno nei quartieri, le scuole e le università, diversi avevano militato in contesti radicali non sufficientemente lontani da quegli ambienti che alimentavano il fenomeno del terrorismo che in quegli anni puntava a raggiungere i lavoratori delle grandi industrie.

L’attenzione dei comunisti per i gruppi dirigenti delle fabbriche importanti era quindi altissima, perché alto era il rischio che l’eversione vi trovasse dei varchi.

Quella scelta del sindacato e delle organizzazioni del PCI d’isolare i terroristi nelle fabbriche si rivelò poi decisiva nella sconfitta del fenomeno e la difesa della Democrazia.

I gruppi dirigenti di fabbrica, dalla seconda metà degli anni 70, quando i movimenti giovanili antagonisti avevano dimensioni di massa, dovevano salvaguardare le condizioni di agibilità politica conquistate nelle imprese, includere le nuove generazioni e orientarne la volontà di cambiamento verso la trasformazione dei rapporti politici e di potere, sia nella fabbrica sia nell’insieme della società italiana.

Il PCI nelle fabbriche necessariamente procedeva nel rinnovamento delle organizzazioni con moderazione e continuità; la linea era cooptare nei gruppi dirigenti del partito non solo gli operai e mantenere un saldo legame con il partito centrale per evitare pericolose derive verso un radicalismo che avrebbero favorito l’espandersi del terrorismo.

Il modello di riferimento del PCI napoletano era quello delle organizzazioni dell’Italsider e Alfa Sud che fino allora avevano dato i risultati importanti, anche rafforzando il partito elettoralmente sul territorio della provincia:

  •  Organizzazione forte del partito che coincideva con quella della CGIL;
  •  Dirigenti politici operai e impiegati formati da precedenti esperienze nel PCI;
  • Orientamenti rivoluzionari – più di facciata che di sostanza – per facilitare l’inclusione delle giovani generazioni;
  • Concentrarsi sugli spazi di potere del sindacato per gestire il consenso tra i lavoratori;
  • Delegare il più possibile a strutture esterne del partito e del sindacato la responsabilità di scelte importanti e il rapporto con il management dell’azienda.

Il partito e il sindacato garantivano la continuità del sistema con la cooptazione negli organismi dirigenti cittadini e regionali dei militanti e sindacalisti affidabili e di lungo corso di quelle realtà che garantivano la tenuta organizzativa interna alle fabbriche e trainavano consenso politico/elettorale tra i lavoratori.

Questa modalità di scouting, per tutti gli anni 70 e ’80, funzionò perfettamente e avrebbe rappresentato una corsia d’accesso per militanti e dirigenti comunisti dell’Italsider e Alfa Sud alle posizioni apicali del partito e nelle istituzioni elettive.

La società e l’industria napoletana però in quegli stessi anni si trasformavano velocemente per effetto di una prima fase della deindustrializzazione. Quel rapporto sbilanciato del partito con le organizzazioni di quelle imprese che erano ancora ritenute il modello d’industria da salvaguardare a qualunque costo, fu uno dei più gravi errori del PCI napoletano, le cui conseguenze avrebbero pagato l’intera città negli anni successivi. ( Return Indice )

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LA SEZIONE COMUNISTA AERITALIA

Agli inizi degli anni 70 i dipendenti del gruppo Aeritalia erano 7500, 2800 al Sud,con due stabilimenti a Capodichino e Pomigliano. La presenza comunista in fabbrica contava 7 iscritti, le assunzioni era rigidamente controllate dai notabili democristiani dell’area pomiglianese. Dopo pochi anni i vecchi militanti comunisti dell’AERFER, operai fortemente rappresentativi del territorio e di notevole spessore anche morale, come Antonio Oratino e Antonio Mele, avevano strutturato l’organizzazione della cellula PCI.

La scarsa presenza organizzata dei comunisti in Aeritalia era la conseguenza di un significativo radicamento dal 1968 di militanti del PSIUP nel Consiglio di Fabbrica. Si trattava di operai e alcuni impiegati che durante la vertenza del 73 e negli anni precedenti si erano avvicinati ad un dirigente sindacale, Tonino Chegai della Fiom, che seguiva con ostinazione le vicende Aeritalia. Questi lavoratori aderirono come Chegai al Psiup, e poi trovarono in Berardo Impegno il loro riferimento politico.

Nel 1972, escluso il più rappresentativo di loro, Michele Perrotti, confluirono nel PCI, qualcuno passò nel Psi.

Con l’arrivo e con l’accesso nell’organismo sindacale dello stabilimento di Pomigliano D’Arco degli ingegneri della Direzione Tecnica di Via Marina, di alcuni giovani militanti del territorio pomiglianese e con l’arrivo di operai politicizzati dalle lotte sociali, il peso di questa vecchia guarda si ridurre progressivamente, anche se mantenne per diversi anni ancora le posizioni acquisite nel CdF.

Dai primi anni settanta erano arrivati in azienda la generazione sessantottina, ingegneri aeronautici, progettisti e tecnici, molti dei quali l’azienda aveva inviato negli Usa dove avrebbero maturato le esperienze e conoscenze utili per consentire a essa di partecipare ai nuovi progetti aeronautici internazionali.

AERITALIA si preparava a diventare una vera azienda aeronautica; si costituiva la Direzione Tecnica con gli uffici inizialmente ad Arzano, e poi a Napoli, nel palazzo Fontana di Via Marina.

Dalla seconda metà degli anni 70’ anche la Direzione Tecnica fu trasferita a Pomigliano D’arco. La scelta si rese necessaria perché partiva il primo programma di produzione con Boeing e occorreva il contributo di quei tecnici che forse erano stati tenuti lontani dalla produzione anche per evitarne il coinvolgimento e la contaminazione ideologica con le lotte operaie.

Quella generazione di lavoratori in realtà era già contaminata dal “male oscuro” della politica, inteso come passione / sensibilità “totale” di cui si vorrebbe farne a meno. Quindi quando nella seconda metà degli anni 70 tutti gli uffici tecnici furono portati nel perimetro dello stabilimento ex Aerfer di Pomigliano D’Arco, il PCI e la CGIL dell’Aeritalia si ritrovarono tra le loro file un gran numero di militanti, preparati politicamente e altamente scolarizzati.

A dieci anni dalla fondazione nel 1979, i dipendenti del gruppo Aeritalia erano diventati 11.000, 1.000 erano impiegati e tecnici, 6.000 erano al Sud. Nel 1980 si costituì a Pomigliano D’Arco la sezione di fabbrica Aeritalia del PCI con un suo autonomo gruppo dirigente, prima l’organizzazione era solo una cellula non indipendente dalla struttura territoriale.

Dopo gli accordi industriali con i colossi aeronautici americani l’azienda cresceva rapidamente e in pochi anni arrivarono in fabbrica migliaia di operai e tecnici, fu assorbito l’impianto Ex FAG di Casoria e realizzato il nuovo stabilimento a Foggia.

L’esperienza dell’Aeritalia va valorizzata – affermò Vincenzo Mattina a nome dei sindacati durante la cerimonia del decennale dell’azienda a Capodichino – per far sapere al mondo che Napoli e nel Mezzogiorno d’Italia vi sono lavoratori che hanno dimostrato di essere all’altezza di lavori importanti e di estrema complessità”.

La sezione del partito cresceva con l’azienda, oltre la tradizionale presenza nei reparti produttivi si era radicata una diffusa presenza dei comunisti nei nuovi uffici tecnici e tra gli impiegati.

Il gruppo dirigente era legittimato da rigorose consultazioni congressuali che garantivano la presenza equilibrata di operai e ingegneri, tecnici, quadri e addirittura manager.

Quadri di fabbrica furono inviati per alcuni mesi alla scuola di formazione politica del PCI di Frattocchie a Roma, diretta da Renzo Lapiccirella. Altri militanti della fabbrica furono impegnati alla Scuola di Amministrazione Pubblica organizzata dai comunisti napoletani a Castellammare di Stabia e diretta da Antonio Scippa, assessore al Bilancio del Comune di Napoli, in previsione di futuri impegni nelle istituzioni; la redazione napoletana de L’Unità decise di avere in azienda come corrispondente un ingegnere della Direzione Tecnica.

L’organizzazione napoletana della fabbrica aveva una rete capillare di militanti, simpatizzanti e di oltre 400 iscritti, era strutturata con una filiera di responsabili, nei reparti e nelle aree di progettazione di Pomigliano D’Arco, a Casoria e nei due impianti di Capodichino.

Non mancava una forte contrapposizione delle opinioni, ma, rarissimamente il confronto si trasformava in rotture politiche e personali tra dirigenti e militanti.( Return Indice )

 

 

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L’AZIENDA

AERITALIA era un gruppo industriale napoletano nato nel novembre 1969 dalla fusione di Aerfer, Salmoiraghi e Fiat Aviazione. La decisione fu assunta dal Parlamento italiano dopo la la Relazione interparlamentare sullo stato dell’industria aeronautica nazionale presieduta da Giuseppe Caron.

Il gruppo era controllato pariteticamente da Fiat e IRI con sede ufficiale e direzione generale a Napoli. I due soci continuarono a gestire autonomamente i loro siti fino al 31 dicembre 1971 quando confluirono in Aeritalia gli stabilimenti di Pomigliano D’Arco, Capodichino, Caselle Nord e Sud e Nerviano con 8.799 dipendenti. In  realtà Fiat rilasciò i suoi impianti solo nel 1974 quando usci dalla società.

Il mercato aeronautico si apriva a grandi opportunità di sviluppo e Renato Bonifacio e Fausto Cereti volevano trasformare la Società, nata dalla fusione della vecchia Aerfer con FIAT Aviazione, in una moderna azienda aeronautica.

Per raggiungere il risultato erano necessarie grandi risorse pubbliche, scelte industriali rischiose, enormi investimenti, grande fiducia e sacrifici. Il management cercava un modello condiviso di governo dell’azienda anche perché il peso politico e di mobilitazione del sindacato e del partito comunista era enorme per cui era indispensabile che le organizzazioni rappresentative dei lavoratori condividessero il progetto.

Per le maestranze si prospettava un futuro lavorativo sicuro in un’azienda e in un comparto industriale destinato a crescere. Per gli operai la qualità del lavoro era sicuramente diversa dalle linee di produzione dell’Alfa Sud e dell’Italsider, il management, i tecnici e progettisti sapevano che partecipare allo sviluppo di grandi programmi industriali avrebbe significato possibilità di carriera e l’opportunità di esperienze nei grandi gruppi aeronautici all’estero.

Per il territorio le ricadute erano importanti: dall’occupazione di giovani diplomati e laureati allo sviluppo dell’indotto aeronautico, che nasceva con piccole aziende – spesso messe in piedi da ex dipendenti della stessa AERITALIA – e che cresceva a Napoli e nella sua provincia.

 

Renato Bonifacio   L’uomo, il Manager

 

La narrazione delle vicende che fecero di Napoli, dagli anni settanta e nel successivo ventennio, il motore trainante dell’industria aeronautica nazionale, riporta ai protagonisti di quella storia, primo tra tutti, Renato Bonifacio.

Bonifacio arrivò in Aeritalia nel 1974 poco prima che la Fiat abbandonasse la società. L’azienda torinese aveva continuato a gestire i suoi impianti finché prese atto che il progetto originario di un’azienda aeronautica nazionale a partecipazione paritetica pubblica/privata era in sostanza fallita.

Erano quelli anni tumultuosi per la storia del Paese che dopo il referendum sul divorzio e dalle spinte sociali accelerava con le grandi trasformazioni politiche e sociali.  Il Mezzogiorno era sempre più una polveriera. La classe politica nazionale era allo sbando, tre governi si erano succeduti in un solo anno, la strategia della tensione colpiva con attentati fascisti, si estendeva il terrorismo e si susseguivano le azioni delle Brigate rosse.

Il Governo doveva trovare risposte al profondo e diffuso disagio, era necessario sviluppare un sistema d’aziende, in un settore innovativo e di sicuro sviluppo nei decenni successivi che potesse creare una nuova industrializzazione e lavoro in aree del Nord e nel Mezzogiorno.

Era nato nel 1923 a Castellammare di Stabia, figlio unico di Roberto Bonifacio direttore dagli anni quaranta era dei Cantieri Navali della città, Renato si era laureato alla Federico II di Napoli a ventuno anni con 110 e lode con una tesi brillantissima in meccanica e navale. Dopo un’esperienza all’università aveva ricoperto incarichi importanti alla Franco Tosi, Westinghouse, quindi ENI, poi Olivetti e Finmeccanica. Giovanissimo per un periodo di training fu nelle Officine Meccaniche e Fonderie di Napoli in via Benedetto Brin, poi il servizio militare in Marina e il lavoro di ricercatore all’Università. Sono gli anni cinquanta e il giovane ingegnere napoletano prima di trasferirsi al Nord riesce a partecipare a una delle esperienze più originali e formative per un giovane di quegli anni. Collabora con la Commissione Indagini e studi sull’industria Meccanica (CISIM) cui fu affidato il compito di tracciare un piano di reindustrializzazione postbellica.   Nel progetto erano coinvolti i consulenti americani della Stanford Research Istitute che sostenevano, in polemica con molti degli esperti italiani, lo smantellamento dell’IRI.

Era uno snodo centrale per il futuro del Paese e la partecipazione di Bonifacio a quell’esperienza, le lunghe discussioni con Guido Corbellini e Pasquale Saraceno e assistere e partecipare alle polemiche con personaggi di rilievo del mondo delle imprese e della finanza, contribuì alla rapida formazione professionale del giovane ingegnere.

La successiva collaborazione con Mario Marconi, uno dei protagonisti dimenticati della ricostruzione degli anni 50 e 60, e una rete di solidi legami costruita negli USA, trasformò Renato Bonifacio in un manager di Stato che trattava alla pari con personaggi come Giulio Andreotti e Romano Prodi.

Renato Bonifacio fu scelto dalla Politica per quell’impresa, aveva legami, relazioni e accredito in ambienti importanti della politica non solo nazionale, e vantava un curriculum eccezionale.  Caratteristiche che avrebbero consentito una politica di alleanze necessaria al gruppo aeronautico italiano per partecipare a grandi progetti industriali internazionali.

L’ingegnere subentrava al generale Gastone Valentini che aveva garantito nei precedenti cinque anni la continuità dei rapporti e le commesse con i militari dell’AMI. Aeritalia era un’azienda di 8799 addetti, in progettazione 1125 unità e solo 190 di loro era al Sud.

Non esistevano nuovi programmi, il G-91 era in fase finale, era agli sgoccioli l’F104 Starfighter, prodotto su licenza Lockheed ed ereditato da FIAT Aviazione che pretese di controllare finché non uscì dalla società. Il Tornado era ancora in discussione, il G-222 solo un prototipo. C’erano solo i pannelli di Aerfer, oggi diremmo aerostrutture, che erano fabbricati a Pomigliano D’Arco per la McDonnell Douglas.

L’azienda nella quale era arrivato Renato Bonifacio era in una situazione disastrosa, sei stabilimenti in tre province soffocati dal poco lavoro e da una grave crisi di liquidità per l’abbandono del socio Fiat. Il fatturato era di basso valore e l’indebitamento del gruppo molto elevato per le precedenti gestioni in perdita. Impossibile immaginare collaborazioni a programmi industriali internazionali che richiedevano finanziamenti di cui l’azienda non disponeva.  Torino sopravviveva con le attività per AMI, a Napoli alle produzioni dei pannelli per i Dc9 bisognava rincorrere commesse anche dalla Marina Militare, attività di manutenzioni e di modifiche e revisioni di velivoli civili e militari.

Erano trascorsi cinque anni da quando il governo e l’IRI avevano deciso dopo il rapporto della Commissione Caron di creare un’industria aeronautica italiana, ma pochi i passi fatti in quella direzione.

In ambito IRI fu deciso di cambiare marcia e al condirettore generale di Finmeccanica, Renato Bonifacio, che dal 71 era arrivato nel gruppo romano, fu assegnata la responsabilità di costruire una vera azienda aeronautica, l’ingegnere di Castellammare fu inviato in Aeritalia come amministratore delegato, nel 1979 ne divenne presidente.

Una ricostruzione delle vicende più importanti del periodo durante il quale Bonifacio guidò l’azienda, ebbe modo di esporla lui stesso in un lungo intervento durante una drammatica audizione voluta dal Parlamento nel 1986, due anni prima di morire.

Quell’audizione era, infatti, stata convocato dopo il fallimento del tentativo dei manager di superare anche le contrapposizioni strategiche tra IRI ed EFIM.

Nel suo intervento nella Sala Della Lupa, Bonifacio sconcertò non poco i politici e i parlamentari presenti, tra loro i ministri Paolo Pomicino e Giuliano Amato, quando affermò, quasi ingenuamente, anche se tutti sapevano lo spessore del personaggio, che la Politica dovrebbe limitarsi a decidere degli obiettivi e indirizzi industriali e lasciare ai manager la responsabilità di gestire le imprese.

Nel corso di quell’audizione Bonifacio sostenne che la scelta di costruire i progetti industriali più importanti con i grandi gruppi americani piuttosto che con l’industria europea, in gran parte fosse stata conseguente a decisioni di tipo industriali e finanziarie. Voleva dire che il governo non era stato in grado di sostenere finanziariamente un ingresso di Aeritalia in Airbus, e Aerospaziale e le aziende europee non offrivano agli italiani una partecipazione e un ruolo significativo.

Se fu un errore restare fuori da Airbus sarebbe stato utile accettare una partecipazione di poco rilievo al consorzio europeo non serve a molto parlarne adesso. E’ certo però che se in quegli anni Mitterrand avesse convinto Craxi e questi Andreotti, sicuramente il governo avrebbe messo le risorse e il destino dell’industria aeronautica italiana avrebbe avuto un corso diverso.

Il presidente dell’Aeritalia rivendicò con orgoglio l’accordo con Aerospaziale per ATR perché l’intesa con i francesi era industrialmente compatibile con gli interessi italiani. Dopo l’intesa europea per lo sviluppo del Tornado che garantiva il futuro agli stabilimenti piemontesi, l’azienda italiana doveva sviluppare produzioni civili per garantire il lavoro ai siti napoletani.

Quelli erano i tempi in cui la Politica contava e il sistema dei partiti considerava l’industria parastatale, un territorio di propria pertinenza, da lottizzare, e i controllare e manager attori da gestire. L’industria aeronautica italiana era a una svolta che ne avrebbe condizionato pesantemente lo sviluppo. Lo scontro nel governo era alla luce del sole, da una parte i democristiani, che controllavano l’IRI e i socialisti EFIM. La posta era su chi doveva controllare la nascente società pubblica che avrebbe dovuto integrare le imprese ad ala fissa e mobile.

Nei loro interventi in quella Commissione Renato Bonifacio, Romano Prodi e lo stesso Stefano Sandri dell’Efim avevano affermato che la costituzione di un Polo aeronautico unico era indispensabile per dare una possibilità competitiva alle imprese italiane del settore. Era una soluzione indispensabile per confrontarsi con le grandi aggregazioni aeronautiche che si costituivano in Francia, Gran Bretagna e Spagna che si strutturavano in funzione del progetto Airbus.

Eppure quell’incontro promosso dal Governo e dal Parlamento con i massimi livelli della politica e dell’industria pubblica, che doveva rappresentare il passaggio definitivo per disegnare il profilo futuro dell’industria aeronautica nazionale, si concluse con un niente di fatto.

L’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, fermò i lavori di quella Commissione con una lettera inviata dal sottosegretario Giuliano Amato a Cirino Pomicino che la presiedeva.

L’anno successivo, in un breve incontro con i giornalisti, Renato Bonifacio, ritornando a quella Commissione, affermò: « non fare il Polo nazionale dell’aeronautica è stato un vero crimine».

Nonostante il fallimento del progetto di unificare le imprese pubbliche del settore aeronautico, l’ingegner Bonifacio continuò a lavorare per dare una dimensione adeguata alle aziende targate IRI e si concentrò verso la Selenia, azienda dell’Elettronica e Difesa controllata da IRI e STET: quattro stabilimenti in Italia e sede a Napoli. Furono necessari alcuni anni per completare il merge tra i due gruppi, nel frattempo si acuivano le criticità sulla compatibilità economica e industriale dello stabilimento di Pomigliano.

Nel dicembre del 1990 per decisione dell’IRI, durante la prima presidenza Prodi, nasceva da Aeritalia e Selenia la nuova ALENIA con sede e Direzione Generale a Roma.

Bonifacio era scomparso nell’88, e Fausto Cereti per conto di Finmeccanica completò il progetto d’integrazione.

Da 1974 a 1988 Bonifacio aveva trasformato un’azienda di dimensione e qualità modeste in un grande gruppo industriale che in seguito fu in grado di operare in tutti i diversi campi della produzione aerospaziale.

L’uomo aveva mantenuto durante la sua carriera un’attenzione per le sorti del Sud e di Napoli, il manager troppo spesso durante la lunga carriera aveva perseguito obiettivi, orientamenti e sollecitazioni di mondo politico. Rivendicò, a sorpresa, una difesa degli stabilimenti napoletani durante l’audizione in Parlamento del 7 novembre 1987, l’ultima prima della morte. Il personaggio difficilmente in sedi ufficiali parlava in prima persona singolare, durante la sua carriera aveva pubblicamente difeso con fierezza la sua gestione dell’azienda identificando sempre se stesso, le sue decisioni, con gli interessi del gruppo. In quella sede invece affermò orgoglioso di aver vinto una scommessa personale rischiosissima che portò alla salvezza e alle premesse di sviluppo successivo dello stabilimento di Pomigliano D’Arco: «creare il Gruppo Velivoli da Trasporto e accettare nel 1973 di trasferire il G-222 da Torino a Napoli», «fu un’impresa coraggiosa che rasentò l’irresponsabilità», dichiarò Bonifacio ai parlamentari, «un azzardo di cui sono fiero» perché « fu la premessa per creare al Sud un gruppo allo stesso livello di competenze di quello di Torino».

Che il futuro degli stabilimenti fosse messo in seria discussione ne erano consapevoli anche i lavoratori che con il sindacato nel 1973 promossero una vertenza che culminò con una lunga marcia degli operai da Pomigliano a Napoli. Quella pressione aiutò certamente Bonifacio perché scosse la classe dirigente locale e nazionale e il Governo trovò il modo per creare un futuro agli impianti napoletani con la collaborazione degli americani della Boeing.

A Napoli arrivò da Torino un gruppo d’ingegneri per avviare la linea del G-222, e furono assunte alcune decine di giovani neolaureati che da lì a poco preceduti da Fausto Cereti sarebbero partiti per Seattle per il programma 7X7.

Nel 1978 la collaborazione di Aeritalia con la Boeing si definì nell’ideazione di un velivolo bimotore a fusoliera larga di medio raggio per 250 passeggeri, il B 767, per il quale il gruppo italiano usufruì del contributo di 150 miliardi stanziato dalla legge 26 maggio 1975 n. 184. Aeritalia, così come la Japan Commercial Transport Development Corporation (JCTDC), assunse la posizione di «risk-sharing major participant», in virtù della quale si addossò il costo dello sviluppo e dell’attrezzatura produttiva per il 15% del valore totale del lotto di 500 velivoli fissato contrattualmente. La progettazione e la produzione concernevano le superfici mobili alari e il timone di direzione, alto 11 metri, fabbricati in materiali compositi (in fibra di carbonio).

La collaborazione con le imprese USA nell’ambito civile comportò indubbiamente l’acquisizione di tecnologia e di capacità gestionale consentirono all’azienda italiana di partecipare ai successivi programmi internazionali.

Per la Direzione Tecnica di Pomigliano D’Arco la prima prova impegnativa si presentò quando a seguito della pressione dei politici governativi vicini al nuovo potere libico l’azienda italiana ottenne la commessa di 20 aerei da trasporto militare dalla Libia di Gheddafi .

Gli americani bloccarono la vendita con il veto all’export per il motore, bisognava decidere se rimotorizzare il velivolo, il management era diviso, il Direttore Tecnico del GVT, il Prof.Mario Calcara lo riteneva un azzardo e fu sostituito con Piero Pelagalli. La versione G-222T con i propulsori RR Tyne fu un completata con successo e i velivoli consegnati ai libici.

Quella vicenda rappresentò uno snodo importante per l’azienda, lo stabilimento di Pomigliano D’Arco si avviava a essere una vera industria aeronautica e con Fausto Cereti si affermò quella nuova classe dirigente che avrebbe gestito nei due decenni successivi l’industria aeronautica italiana.  

Nel 1987, in Aeritalia, come ebbe modo di affermare Bonifacio, si raggiunsero i 15.000 dipendenti, dei quali oltre 7.000 tecnici e 5000 tra diplomati e laureati, di questi circa 3.000 a Napoli e Foggia.  ( Return Indice).

 

  Fausto Cereti: «Ho svolto un’attività che mi appassionava».

L’ingegnere genovese arriva a Napoli nel 1969 in Aeritalia con la carica di assistente al Direttore Tecnico Centrale.  Pochi sapevano allora, e ancora oggi, che quel giovane alto ed elegante era il figlio del Magnifico Rettore dell’Università di Genova dal 1948-62 che aveva rifiutato il giuramento alla Repubblica Sociale e firmato “ L’appello antifascista del 44 “ e per questo condannato a morte come traditore dai fascisti di Salò. 

Il professore Carlo Cereti morì nel 1995 e una rotonda a Genova ne ricorda la figura.

Fausto Cereti è un manager di lungo corso, nato a Genova nel 1931, conseguite le lauree d’ingegneria meccanica e aeronautica, nel ’54 entra nella divisione aviazione della Fiat, di cui diventa responsabile per la programmazione nel ’60. Arriva in Aeritalia del Gruppo Iri, nel 1973 è Direttore del neonato Gruppo Velivoli da trasporto. Dal 1975 e anche vicedirettore.  Nel 1978 assume la carica di Direttore Generale, due anni dopo è Vicepresidente e amministratore delegato.

Nel corso di una dei suoi primi interventi in una commissione istituzionale, era il 10 luglio 1990, Cereti affermò a difesa della strategia che aveva condiviso con Bonifacio, che in Aeritalia si era raggiunto il riequilibrio tra le produzioni civili e militari: « quella arriva, oggi, a sfiorare il 50 per cento della produzione complessiva dell’azienda e che ciò è stato realizzato in più di 20 anni di sforzi pesantissimi, impiegando praticamente l’80 per cento dei profitti e dei margini disponibili nell’investimento nel campo dei velivoli civili, senza contare il notevole aiuto fornito dallo Stato attraverso le leggi di finanziamento, ultima fra tutte quella sulla reindustrializzazione che ci vede oggi impegnati in un programma d’investimenti di più di mille miliardi».  

Il manager non era più solo il braccio operativo di Bonifacio al servizio dell’azienda, colui che aveva gestito gli accordi con la Mc.Donnell Douglas e tessuto i contenuti dei rapporti industriali con Boeing e poi con Aerospaziale per il programma ATR.

Nel dicembre 1990 è presidente di Alenia, la nuova azienda di Finmeccanica di 29.682 dipendenti, nata dalla fusione di Aerialia con Selenia.  Amministratore delegato fu indicato Enrico Gimelli e vice presidente, Cesare Previti, il noto personaggio delle cronache politiche e giudiziarie.

L’indicazione di Previti era espressione degenerata della politica e della sfrontatezza di lobby economiche che confermavano le preoccupazioni sfuggite in privato a Cereti sulle conseguenze negative che potevano venire nell’industria dallo strapotere di ambienti estranei all’impresa.

Quando Renato Bonifacio con i vertici di Finmeccanica e dell’IRI decise di trasferire la società a Roma, Fausto Cereti e Ciro Cirillo, che erano tra i manager più vicini a Bonifacio pur consapevoli che un grande gruppo industriale pubblico dovesse centralizzazione il board e gli staff decisionali dell’azienda nella capitale, percepivano i rischi che avrebbero comportato l’accresciuta ingerenza della politica romana sugli equilibri di potere interni e sulle scelte industriali. 

Il trasferimento della Direzione Generale non fu un’operazione semplice, a Napoli ci furono pesanti reazioni dei sindacati e della società civile napoletana che rallentarono lo svuotamento di funzioni degli uffici napoletani. Ufficialmente il trasferimento di concluse quando Alenia nel 1990 fu costituita direttamente con sede a Roma, e a Piazzale Tecchio, era rimasta la sola sede legale di Aeritalia.

Fausto Cereti continuò il lavoro di Renato Bonifacio in quel contesto romano reso sempre più scivoloso dalla valanga di tangentopoli e dall’invadenza della politica nell’industria pubblica.

L’onda lunga del potere arrivò in Aeritalia quando nel 1980 il PSI impose Amedeo Caporaletti come condirettore. Il manager proveniva da Fincantieri dove era stato Vicedirettore generale, e prima da Breda, era notoriamente legato agli ambienti socialisti o meglio a quelli del ministro alle partecipazioni Statali, Gianni De Michelis che lo indicò appena assunto l’incarico ministeriale. La sua posizione doveva equilibrare quella di Cereti e se il Polo nazionale dell’aeronautica non era stato costituito, i poteri dei gruppi IRI e Efim doveva comunque trovare un equilibrio tra DC e PSI.

Dopo meno di tre anni la Magistratura aprì un’inchiesta su costituzione di Alenia e sulla fusione di Aeritalia e Selenia. Nell’istruttoria furono coinvolti Fabiano Fabiani, amministratore delegato di Finmeccanica, notoriamente boiardo democristiano e amico di Giorgio Napoletano, Fausto Cereti ed Enrico Gimelli, e con loro stranamente anche il noto e discusso faccendiere Giovanni Bisignani, allora ritenuto un grande manager pubblico esperto di trasporto aereo.

L’inchiesta si concluse con un nulla di fatto. Il manager genovese aveva consolidato i legami con la classe politica e con figure come Fabiano Fabiani, che dal 1985 era alla guida di Finmeccanica, e Romano Prodi che dal 1982 al 1994, fatta eccezione per la breve parentesi di Franco Nobili, era alla presidenza dell’IRI.

Nel marzo del 1996 Cereti divenne presidente della compagnia aerea Alitalia, l’incarico affidatogli dal presidente dell’Iri, Michele Tedeschi. Lo manterrà fino al 2003, resterà fuori dalle vicende nelle quali affonderanno tutti i successivi manager dell’ex compagnia di bandiera, ma questa è un’altra storia.

Cereti finché è stato in Aeritalia viveva e lavorava a Napoli, in una delle ultime interviste prima di ritirarsi a vita privata dichiarò al giornalista: «quando dovevo iscrivermi all’università, mi domandavo se era possibile scegliere una disciplina che mi desse la possibilità di essere remunerato per svolgere un’attività che mi appassionasse; ho avuto la fortuna di vivere in un settore e di esercitare una professione che, sotto questo profilo, mi ha offerto grandi soddisfazioni: sono riuscito ad andare in pensione, dopo 48 anni e mezzo di lavoro, meravigliato che mi pagassero ancora lo stipendio, e ho continuato ad avere ancora delle soddisfazioni».

Sono parole che rivelano la personalità di uno dei protagonisti di quell’intensa stagione dell’industria pubblica che in pochi decenni portò l’Italia, uscita distrutta dalla guerra, a figurare tra i primi Paesi più sviluppati del mondo.  ( Return Indice)

La Politica. Gli anni bui dall’80 al 90

Politicamente con l’inizio degli anni 80 si è esaurita la fase del governo di solidarietà nazionale di Andreotti col PCI in maggioranza.

Il PCI torna all’opposizione con una dura critica e il sindacato CGIL  riprendere una conflittualità se pure in termini diversi dal ’75. E’ aumentato il deficit commerciale a causa delle importazioni petrolifere, denotando una ripresa economica consistente, pur in presenza di un’inflazione che nell’80 supera ancora il 20%.

A fronte della ripresa sta anche il debito pubblico, in continua crescita a causa degli interessi passivi pagati sui Bot. Tanto che una tempesta monetaria si abbatte sulla lira, svalutata del 6% nell’81 rispetto alle altre monete dello SME.

Finita l’esperienza di solidarietà col PCI alle elezioni del ’79 si assiste ad una crescita di DC e PSI con perdita del PCI.

Sono gli anni in cui CRAXI cerca di farsi largo a tutti i costi dopo che il PSI al Congresso del ’78 aveva adottato la linea dell’alternativa, cioè di un governo delle sinistre a guida del PSI con DC all’opposizione.

All’interno della DC la forza del’area Zac sta perdendo posizioni ed il partito è sospeso tra chi ancora spera in un rapporto col PCI e chi vuole chiudere definitivamente tale esperienza.

Tra il ’79 e ’80 due governi Cossiga. Il primo composto da DC, PSDI, PLI; il secondo composto da DC, PSI, PRI. Tra il primo e il secondo c’è il Congresso DC (febbraio 1980) in cui vince il gruppo Forlani-Donat Cattin-Piccoli con la linea del “preambolo”: cioè una dichiarazione di intenti, anteposta al documento finale del Congresso, che escludeva ogni alleanza col PCI e apriva l’alleanza col PSI di Craxi: infatti nel secondo governo Cossiga entrano ben 9 ministri socialisti.

Proprio mentre entrava in crisi il governo Cossiga, esplode la crisi Fiat (settembre-ottobre 1980) a causa di 15.000 licenziamenti; la lunga vertenza si conclude con una grande sconfitta per il Sindacato e 23.0000 persone in mobilità. Inizia la fase discendente della parabola del sindacato.

Dopo si ha il Governo Forlani (ottobre ’80-maggio ’81): si verifica il terremoto in Irpinia, lo scandalo della loggia massonica P2 (ragnatela cospirativa ai danni dello Stato democratico, non solo questioni di carriere: vi erano iscritti rappresentanti dei partiti, delle FF.AA., dei servizi segreti, medici, imprenditori).

Viene l’ora dei laici: governo Spadolini (giugno ’81- agosto ’82,) per la prima volta la Dc cede la guida del governo ad un repubblicano. Ancora alto il terrorismo nero e rosso: nell’81 ben 791 attentati con 24 morti.

L’attività del Governo si concentra su 4 emergenze:

economica  (costo del lavoro, stangata fiscale), morale (caso P2), civile (sicurezza delle istituzioni), internazionale (installazione missili Cruise, contingente militare in Libano).

Nel maggio 1982 al congresso della DC la segreteria passa a Ciriaco De Mita.

2° Governo Spadolini (agosto-novembre ’82). Ebbe vita breve. Molti scontri trai ministri economici Andreatta e Formica.

Governo Fanfani  dal dicembre 1982 all’estate ’83. Importante l’accordo del lavoro (Accordo Scotti) del gennaio 1983: per la prima volta c’è una modifica della scala mobile.

Elezioni 26 giugno 1983: sconfitta della DC, affermazione del PRI, buona affermazione del PSI, leggera flessione del PCI. Compare la Liga Veneta, a spese della DC.

Governo Craxi (’83-’87), pentapartito. Si caratterizza per il tentativo di potenziare il ruolo dell’esecutivo e per una presenza più incisiva dell’Italia nella politica internazionale.

Nel febbraio ’84 nuovo concordato con la Santa Sede.

Scontro con la CGIL(e quindi con il PCI) per la scala mobile: Craxi, con l’accordo con le parti non comuniste dei sindacati, vara un decreto legge che tagliava alcuni punti di scala mobile. I comunisti promossero un referendum abrogativo che si tenne a giugno ’85, ma ne uscirono sconfitti.

Scontro con il Parlamento per il problema del voto segreto. Poi si perviene alla costituzione di una Commissione parlamentare, presieduta dal liberale Albo Bozzi per una riforma istituzionale.

Scontro con la Magistratura impegnata a reprimere la corruzione trai grandi finanzieri.

Scontro con gli USA su Sigonella (ottobre 1985): i palestinesi dell’OLP effettuano il sequestro dell’Achille Lauro, uccidono un cittadino americano. Hanno un salvacondotto tramite l’Egitto; mentre i terroristi palestinesi sono in volo per rientrare alle loro basi, il loro aereo è affiancato da caccia USA ed è costrettpo ad atterrare alla base Nato di Sigonella. Il Governo americano reclama la consegna dei palestinesi per fare a questi il processo. Craxi oppone un problema di sovranità ed il salvacondotto egiziano. Abu Abbas riesce a fuggire con un aereo iugoslavo.

Sono gli anni in cui le emittenti tv allargano il loro bacino con la fine del monopolio Rai: appoggia la Fininvest con il decreto legge del 20.10.1984 convertito in legge nel febbraio ’85 con il quale le trasmissioni delle reti commerciali nazionali venivano ammesse in attesa di una legislazione organica in materia.

Col ministro Visentini (PRI) cercò di varare una riforma fiscale per combattere l’evasione e raddrizzare lo squilibrio del carico fiscale, che gravava principalmente sul lavoro dipendente. Ne seguirono proteste dei lavoratori autonomi, commercianti ed artigiani. Non riuscì a colpire gli evasori. Quindi voragine nei conti pubblici dello Stato.

Ugualmente irrisolta fu la questione del controllo della spesa pubblica (113.000 miliardi di deficit nell’87). Una questione che presentava risvolti politici in quanto richiamava in causa i criteri e le forme dell’intervento statale, ampliatosi notevolmente, negli anni ’70, nei settori della sanità, della previdenza e dell’istruzione, ma ancora caratterizzato da inefficienza e da costi molto elevati.

Anche in Italia, come in tutto il mondo occidentale, gli anni ’80, videro svilupparsi una polemica che, partendo dalla denuncia degli eccessi di assistenzialismo, giungeva a mettere in discussioni alcune strutture portanti del Welfare State (come l’assistenza sanitaria e scolastica).

Queste difficoltà vennero in parte compensate da una certa ripresa economica che parte dall’84 grazie all’aumento delle esportazioni e al rinnovamento tecnologico di alcuni settori industriali. Nel complesso, il sistema economico italiano manifestò nel decennio ’80-90 –anche nei momenti di crisi più acuta- una vitalità notevole. Il fenomeno si spiega con la crescita dell’economia sommersa, cioè quella miriade di piccole imprese disseminate nella provincia italiana e caratterizzate da intensa produttività.

Lo sviluppo del terziario, il dinamismo di alcuni settori produttivi e la rinnovata competitività dei prodotti italiani sui mercati internazionali erano sintomi di vitalità del tessuto sociale e giustificavano un certo ottimismo sulle prospettive di crescita del Paese.

Il dilagare della malavita organizzata (mafia e camorra) si configurava come la minaccia più grave allo Stato e alla convivenza civile. È un attacco insidioso che passa per appalti, contrabbando, smercio della droga. A farne le spese il 30.4.1982 è Pio La Torre, segretario regionale PCI e deputato, ucciso mentre lavorava al progetto di legge per colpire “Cosa Nostra” (progetto che pochi mesi dopo divenne legge, introducendo la nuova figura criminosa di “associazione di tipo mafioso” unitamente ad accertamenti sui patrimoni dei presunti mafiosi).

Poi l’episodio più drammatico nel settembre ’82 è l’assassinio del Generale Dalla Chiesa, protagonista della lotta al terrorismo, inviato come prefetto a Palermo per combattere la mafia.

La Storia sterzava verso direzioni oscure.  ( Return Indice)

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La crisi dei dirigenti PCI e la Federazione Napoletana

La breve storia della sezione AERITALIA si consumò in questo scenario, quando divenne del tutto evidente che il lavoro politico non poteva ridursi ad attività di propaganda e alla rincorsa di consenso utile per le campagne elettorali.

La migliore stagione del sindacato In Aeritalia si era conclusa con gli anni 70. Era iniziata alcuni anni dopo la nascita dell’azienda, nell’aprile del 1972, con una grande manifestazione al Cinema Mediterraneo di Pomigliano D’Arco, poi con un convegno provinciale a Napoli sul settore aeronautico del novembre 76, passando per il momento più alto del ruolo del sindacato in fabbrica con la Conferenza dei Tecnici nello stabilimento Aeritalia del giugno del 1978 alla quale partecipò Bruno Trentin.

Il più significativo risultato che ottenne il sindacato aziendale fu nel 1977 quando dopo una lunga vertenza ottenne l’abolizione del cottimo: le attività individuali erano sempre monitorate da operatori Tempi e Metodi ma valutate nel contesto degli obiettivi dei reparti e delle attività di squadra. Per gli stabilimeti di Pomigliano D’Arco e Capodichino si apriva una nuova stagione con il trasferimento a Napoli dell’intera linea produttiva del G.222 il cui primo velivolo assemblato al Sud volò da Capodichino il 1 diembre 1977.

Nel corso del decennio degli anni settanta il sindacato e i partiti di Sinistra avevano avuto un ruolo importante di sostegno ai consistenti piani di finanziamenti pubblici dei programmi industriali dell’azienda.  Dalla collaborazione con Boeing, la rimotorizzazzione del G.222 per la commessa alla Libia e alla partnerschip con Aerospaziale per il programma del nuovo turboelica ATR.

Lo scenario delle relazioni industriali mutava radicalmente dopo la Conferenza provinciale della FLM del maggio del 1979, sul futuro del comparto aeronautico, perchè con gli anni 80 lo sviluppo dell’azienda aveva necessità di essere governato e al management era sempre meno utile l’interlocuzione con un sindacato di fabbrica che delegava alle strutture centrali la gestione delle questioni complesse.

Nelle aziende del gruppo, complice le opportunità di gestire gli spazi di potere acquisiti, il sindacato, sempre più rinunziava ad un ruolo orientato agli interessi generali e di prospettiva e si rinchiudeva nel governo di organismi utili per il consenso, come le paritetiche”(3) o le assunzioni.

La direzione aziendale si rinnovava con giovani manager come Angelo Guarini che dirigeva le Relazioni Industriali del GVT, riconosceva ai dirigenti di fabbrica del PCI competenza e rappresentatività per cui era del tutto naturale che cercasse spesso con loro il confronto diretto nella gestione di una grande azienda in rapida trasformazione.

Nessuno rinunziava alle sue prerogative eppure i funzionari provinciali del partito responsabili delle organizzazioni di fabbrica mostravano diffidenza, o perché erano esclusi da quel rapporto con l’azienda oppure perché non attrezzati culturalmente a interpretare quelle situazioni diverse dai paradigmi che avevano imparato a gestire.

Bisogna dire che quando il Pci nel 1991 si auto sciolse, e fu rimosso il grande contenitore ideologico, fu evidente la satrapia del ruolo di quei funzionari di partito, e le loro successive vicende personali dimostrarono quanta ipocrisia e malafede ci fosse nelle loro posizioni dogmatiche. 

La storia dei comunisti AERITALIA è tutta dentro questa rappresentazione.

L’organizzazione interna continuò per alcuni anni a operare in autonomia, fece a meno del supporto dei dirigenti della Federazione napoletana e la frattura restò sotto traccia fino al 1986 e al XVII congresso del PCI napoletano. ( Return Indice )

 

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L’emarginazione

Nelle elezioni politiche del 1979 e 1983 erano stati inseriti nelle liste elettorali comuniste un operaio e un ingegnere della Direzione Tecnica AERITALIA. I due non furono eletti ma ottennero entrambi migliaia di preferenze.

Tali risultati avrebbero dovuto dare forza al gruppo dirigente della fabbrica, invece preclusero qualsiasi possibilità per i militanti della Sezione AERITALIA di essere eletti nelle istituzioni della Repubblica.

I comunisti dell’Aeritalia non potevano essere candidati al Parlamento, alle elezioni regionali o comunali delle grandi città perché rischiavano di essere eletti.

La prerogativa di decidere gli eletti nelle istituzioni della Repubblica era della Federazione e non degli elettori, infatti, nel 1984 quando i dirigenti comunisti dell’AERITALIA riuscirono nell’impresa di far passare negli organismi centrali una loro candidatura per le prime elezioni europee (era un ingegnere dell’azienda), senza alcuna spiegazione il nome fu cancellato la notte precedente alla presentazione della lista in tribunale. 

Il punto di rottura tra i dirigenti AERITALIA e il Partito, comunque, si ebbe solo nel 1986 con il XVII congresso del PCI che lacerò profondamente la platea dei militanti del partito napoletano.

Si scontrò ferocemente l’ala ingraiana, guidata da Antonio Bassolino, con quella dei riformisti, come si chiamava allora il gruppo guidato da Giorgio Napolitano.

A Napoli prevalsero gli ingraiani che non fecero “prigionieri”; furono risparmiati solo quelli che Napolitano decise di salvare. Molti militanti ritenuti riformisti furono buttati fuori dagli organismi di governo del partito, e Salvatore Vozza, braccio esecutore degli ingraiani, che era anche responsabile per le fabbriche, pretese tra le altre esclusioni dai gruppi dirigenti quella della sezione AERITALIA che riteneva schierata con i riformisti.

In realtà non esisteva alcun rapporto organico dei dirigenti di fabbrica con personaggi o organizzazioni che si rifacevano alla “corrente” di Napolitano, i cui fedeli sostenitori, seppure politicamente sconfitti, grazie al loro leader trovarono il modo di ricollocarsi dentro e fuori dal partito.

L’esclusione dei militanti AERITALIA dal gruppo dirigente era stata voluta da chi aveva vissuto come umiliazione l’autonomia e la “presunzione” dei comunisti di quella fabbrica.

Uno stato d’animo che si era manifestato quando i dirigenti Aeritalia furono accusati dalla Federazione comunista napoletana di slealtà perché, a loro avviso, benchè niente lo dimostrasse, il gruppo dirigente di fabbrica non si era speso

abbastanza contro il taglio dei punti di contingenza del governo Craxi.

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  •  Nel 1975, la partecipazione di Aeritalia al programma Boeing 767 fu finanziata con una fideiussione di 380 miliardi e 150 miliardi di lire dalla Legge 184. Nel biennio 1975-77 tre leggi, cosidette promozionali finanziarono 1.000 miliardi di lire ciascuna il rinnovamento straordinario delle Forza Armate. La Legge Aeronautica (N.38 del 16 febbraio 1977) finanziò la partecipazione Aeritalia al programma Tornado e l”addestratore dell’addestratore MB339. Altri fondi pubblici arrivarono per lo sviluppo di Aeritalia e Macchi del cacciaborbandiere-ricognitore CBR-80 per sostituire i Fiat G.9 che poi divenne AMX che attivò una importante collaborazione con l’industria breasiliana.  ( Return Indice )

 

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IL DECOLLO

Il giornale di Fabbrica della Sezione PCI AERITALIA ( Link ai numeri disponibili e digitalizzati )

 

IL DECOLLO iniziò la pubblicazione nel 1983, all’epoca nessun altro giornale comunista era realizzato in aziende campane.  Era stampato in tipografia e richiamava il vecchio giornalino ciclostilato della cellula comunista di fabbrica dei primi anni 70 di cui aveva ereditato il nome.

Il progetto non fu finanziato dalla Federazione del partito che lo ritenne costoso e troppo “impegnativo”/”pretenzioso”; i promotori del progetto, ciò nonostante, decisero di andare avanti con l’autofinanziamento e con il ricorso alla pubblicità.   

La decisione di cercare finanziatori privati non fu una scelta facile, ma si dimostrò decisiva e sopratutto vincente, perché diverse attività private di Pomigliano D’Arco risposero positivamente aderendo alla campagna di raccolta pubblicitaria, e questo consentì alla redazione del giornale una completa autonomia.

Tra i dirigenti del partito ai quali era piaciuta l’idea e avevano aiutato la pubblicazione, si ricordano solo Berardo Impegno e Attilio Wanderlingh. Berardo, all’epoca consigliere comunale a Napoli convinse Mimmo Maresca a  pubblicare inserti pubblicitari della COOP sul giornale. 

Maresca era un dirigente della Lega delle Cooperative di Napoli che 1986 si suicidò dopo che fu raggiunto da una comunicazione giudiziaria per lo scandalo delle Cooperative degli ex detenuti” di cui proponiamo tra le note una  ricostruzione. (LO SCANDALO DELLE COOPERATIVE NAPOLETANE )

Attilio Wanderlingh, che era un affermato giornalista professionista ed era tornato a Napoli ed era all’Unità, convinse Antonio Polito, redattore della redazione napoletana del giornale, a firmare i primi numeri del DECOLLO.

In seguito, fu lui stesso a proporre che la pubblicazione della sezione Pci dell’Aeritalia uscisse come supplemento di NDR, una rivista culturale importante, diretta e pubblicata dallo stesso Wanderlingh che firmò poi tutti i successivi numeri del giornale di fabbrica.

Alla collaborazione iniziale con NDR segui anche quella con il giornale catanese, I SICILIANI, che cessò quando la mafia assassinò il suo direttore, Pippo Fava.

Il giornale dei comunisti dell’AERITALIA era stampato in oltre un migliaio di copie, dopo i primi mesi di rodaggio raggiunse una cadenza mensile e una distribuzione capillare in tutti gli stabilimenti campani del gruppo aeronautico.

Il Decollo Aeritalia P.C. I. 1978 1980 1981 1982 1983 1984 1985
Il Decollo Aeritalia P.C. I. 1978

Gli articoli erano tutti firmati, sia quelli della redazione sia quelli esterni; ogni numero ospitava sempre un intervento del gruppo dirigente centrale del partito. Questa disponibilità non aiutò le relazioni tra la redazione del DECOLLO e la Federazione Provinciale del PCI che non sempre condivideva la scelta del dirigente che poi scriveva l’articolo politico di apertura.

Nei tre anni successivi, gli introiti delle vendite e l’apporto della pubblicità dei privati coprirono e superarono tutti i costi del giornale. Quando il gruppo dirigente di fabbrica uscì di scena e si chiuse il giornale, una parte dei fondi del DECOLLO fu utilizzata per dei gadget realizzati da Ferrigno, un artigiano dei pastori di San Gregorio Armeno.  La statuina di un Pulcinella che leggeva il DECOLLO fu spedita o consegnata a tutti quelli che avevano collaborato con il giornale.

Anche l’uscita del numero zero di lancio creò non poche perplessità perché il giornale si aprì con un intervento del direttore del Gruppo Velivoli Trasporto, l’ing. Amedeo Caporaletti, manager notoriamente non vicino al PCI.

Decollo
Pulcinella,DECOLLO

Nonostante le critiche e rilievi, dalla Federazione napoletana non arrivarono mai espliciti ostracismi al giornale. IL DECOLLO soffrì piuttosto di una disattenzione degli organismi dirigenti locali che forse diffidavano di quella pubblicazione i cui contenuti non erano condivisi con la Federazione stessa.

Il giornale riservava alla politica nazionale, regionale e del territorio uno spazio di quattro/cinque pagine, il resto delle ventidue complessive del fascicolo erano approfondimenti sui temi dell’azienda: il futuro del comparto aeronautico, le nuove tecnologie, la ricerca, l’innovazione, il ruolo dei quadri e tecnici. Molto spazio era riservato alle rubriche per i libri, il teatro e cinema.

Oggi sembra tutto scontato, sono argomenti comuni, eppure allora non era facile proporli in un giornalino di partito, e meno ancora lo era per una pubblicazione comunista di una fabbrica metalmeccanica.

Alcuni anni fa, l’Archivio storico della Fiom di Pomigliano d’Arco recuperò ed espose in una mostra le pubblicazioni delle grandi fabbriche dalla fine degli anni 60. La gran parte erano ciclostilati, poco più che volantini, la vita media era sempre stata di pochissimi numeri e i contenuti solo propaganda orientata per lo più agli operai.

Negli anni 80 solo i giornali dei comunisti di PIAGGIO e AERITALIA avevano adottato un modello di sostenibilità economica che garantiva anche la continuità alla pubblicazione. Il giornale dell’Aeritalia si era affrancato anche dai contenuti di mera propaganda anche perchè non favorivano le entrate della pubblicità.  

All’Italsider non si era andati molto lontano dal “Il Bolscevico” e all’Alfa Sud di Pomigliano D’Arco, alcuni anni prima del Decollo, finanziato dalla Federazione di Napoli, era stato stampato “Il Serpentone” che uscì per una mezza dozzina di numeri.

Il DECOLLO aveva una sezione culturale curata da Nicola Marotta, Guido Di Paolo e Michele Fornaro che erano lavoratori dell’AERITALIA e riconosciuti artisti che si occupano di grafica, teatro, musica e spettacolo. 

La copertina di ogni numero del giornale riproduceva una foto di Henri Cartier-Bresson. Durante una mostra a Napoli delle opere del fotografo, l’agenzia che aveva i diritti sulle foto concesse la pubblicazione gratuita sul Il Decollo di dodici foto che riproducevano ambienti del lavoro operaio.

Su Il DECOLLO scrissero tra gli altri, Biagio De Giovanni, Giuliano Cazzola allora dirigente CGIL, e in remoto collaborava – dettando per telefono i suoi articoli – lo scrittore Luigi Compagnone.

Rilasciarono interviste esclusive anche Pino Daniele, Roberto De Simone e il regista Ettore Scola.

Una libreria del Centro Storico di Napoli distribuiva copie e applicava sconti ai lettori del giornale. ( Return Indice )

 

 

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Il giornale di fabbrica e la Direzione Nazionale del PCI. 

Ogni mese una copia era spedita alla Direzione del PCI, e dopo una decina di numeri la redazione fu invitata a Roma. A Botteghe Oscure ci fu l’incontro con un giovanissimo Walter Veltroni che, nominato da poche settimane responsabile per la comunicazione, voleva meglio conoscere il DECOLLO.

Il Partito voleva lanciare su scala nazionale le pubblicazioni minori: quelle di sezioni territoriali, di fabbrica e di piccole località. Per favorirne la nascita e la diffusione, Veltroni aveva ottenuto anche un investimento per allestire una piccola tipografia, con impianti del tutto nuovi, da destinare alle pubblicazioni locali di tutto il territorio nazionale.

Per i redattori de Il DECOLLO seguì nei mesi successivi un invito di Fabio Mussi a presentare il giornale di fabbrica in un convegno nazionale sul tema organizzato a Pisa. Era il gennaio del 1985, da Napoli partirono un rappresentante Aeritalia, uno della Selenia, Monica Tavernini dell’Alfa Sud  e Pasquale Mangiapia dell’Italsider. Il convegno, l’accoglienza e la città toscana furono un’esperienza indimenticabile per tutti, anche perchè la trasferta si prolungò di altri tre giorni perché Pisa si svegliò coperta da tanta neve che i treni furono bloccati e fu impossibile per tutti rientrare a casa.

Il giornale dell’Aeritalia negli anni successivi continuò a essere stampato da una piccola tipografia di Brusciano. I comunisti con quell’esperienza avevano inaugurato un efficace canale di raccordo con la comunità di fabbrica, e, infatti, la direzione aziendale, per volontà di Caporaletti, dal 1986, con un investimento di 200 milioni di lire, pubblicò per alcuni anni un proprio giornalino di quattro facciate per tutti i dipendenti. Il CRAL pensò di fare altrettanto con ALBATROS, un fascicolo che richiamava il formato e la grafica del DECOLLO.

Il logo del giornale dei comunisti dell’Aeritalia, AEROUCCELLO creato dal grafico Fornaro,è oggi molto noto nelle imprese e tra gli appassionati e gli operatori aeronautici.

E’ stato registrato da Aeropolis, ed è riprodotto in tutte le pubblicazioni dell’associazione napoletana dell’aerospazio che lo scorso anno ha superato il milione di lettori. ( Return Indice )

 

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LA RICERCA SOCIOLOGICA

Lo studio sulle aspirazioni e gli orientamenti dei dipendenti AERITALIA

 

Il progetto fu sviluppato nel 1985 e rappresentò una delle iniziative più significative della Sezione PCI della fabbrica.   ( Watch i dati pubblicati su Il Decollo giugno 1985 )

Erano passati cinque anni dalla sconfitta sindacale della Fiat. Nel pieno della vertenza, febbraio 1980, a Torino alla Conferenza nazionali dei comunisti furono presentati i risultati di una ricerca che avrebbero dovuto individuare e rappresentare le condizioni di lavoro e le opinioni dei lavoratori Fiat.

Locandina ricerca sociologica Aeritalia

La ricerca era stata promossa al fine di dimostrare la validità delle tesi che il PCI e il sindacato torinese avevano condiviso durante la vertenza sindacale con il gruppo automobilistico.

Dopo pochi mesi ci fu la marcia dei quarantamila e quella fine della vertenza smentì clamorosamente i risultati del sondaggio del PCI torinese.

L’epilogo della vicenda Fiat e la sconfitta politica che ne conseguì per il partito e il sindacato, ebbero un peso enorme nella trasformazione delle relazioni industriali.

L’anno successivo il PCI decise di ripetere sia la conferenza dei comunisti Fiat che la ricerca sociologica, riconoscendo l’errore dell’analisi e dei dati prodotti da quella precedente perchè era stata condotta con approssimazione e orientata ad un campione di soli operai.

I comunisti dell’Aeritalia di Napoli, alcuni anni dopo, spinti evidentemente da una grande fiducia/presunzione nelle loro capacità, pensarono possibile mettere in piedi una ricerca di massa nella loro azienda che – considerando gli errori del progetto Fiat – servisse all’intero sindacato e al partito per capire come la modernizzazione stava cambiando radicalmente il paradigma della rappresentanza, del modo di vivere e di rapportarsi al lavoro nella fabbrica moderna.

Nella direzione Risorse Umane all’Aeritalia, l’organizzazione del lavoro era stata affidata a un nuovo ufficio, dove erano arrivati giovani sociologi, diversi di loro erano di simpatie o formazione comunista; furono tutti coinvolti nel progetto perché si voleva dare valenza scientifica e non solo politica al progetto.

Furono impegnati il direttore scientifico dell’IRES-CGIL, Enrico Pugliese, docente della Facoltà di Sociologia dell’Università di Salerno e Amato Lamberti docente della Facoltà di Sociologia dell’Università di Napoli.

Dopo diverse riunioni fu decisa la roadmap e la timeline del progetto: l’iniziativa sarebbe stata della sezione di fabbrica del PCI, i professori universitari avrebbero lavorato ai questionari e analizzato i dati elaborati da un software statistico che solo Aeritalia aveva allora in Italia.

I ricercatori dell’IRES avrebbero pubblicato tutto il materiale dello studio.

La distribuzione e la raccolta dei questionari nei reparti e negli uffici l’avrebbero fatta i militanti della sezione che avrebbero dovuto individuare i lavoratori con le caratteristiche richieste dai sociologi nel modello del campione da intervistare.

L’iniziativa era sicuramente ambiziosa e rischiosa; coinvolgeva troppe persone e l’azienda non avrebbe facilmente acconsentito che un gran numero di suoi dipendenti fosse impegnato nell’iniziativa, ragion per cui, la direzione aziendale e la Federazione comunista napoletana furono ufficialmente informate del progetto quando era tutto pronto e le locandine erano state affisse in tutte le bacheche sindacali dell’AERITALIA.

Il progetto durò un intero mese, maggio 1985, e nelle attività furono coinvolti un quarto dei dipendenti totali dell’azienda, un migliaio tra operai, impiegati e dirigenti, selezionati per età, esperienze lavorative, funzione e titolo di studio.

I risultati i commenti e le valutazioni, che sono ancora disponibili, furono analizzati da Lamberti e Pugliese; durante la presentazione dei dati fu detto che per gli obiettivi, per il campione e le modalità con cui era stata condotta la ricerca, quel progetto aveva non solo affidabilità e valenza scientifica ma si trattava sicuramente della prima esperienza del genere in Italia.

Il gruppo dirigente della Sezione di Fabbrica decise di coinvolgere la Direzione Nazionale del PCI, anche per dare maggiore visibilità alla ricerca. Fu ottenuto un incontro con il sociologo Aris Accornero che presiedeva il CESPE (Centro Studi di Politica Economica del Pci), al quale fu chiesto di valutare i risultati e partecipare alla presentazione ufficiale.Quando ad Accornero furono presentati le tabelle e i grafici ottenuti dal SAS@, il software statistico che aveva elaborato i dati, la risposta fu che lui non era abituato a lavorare con disegni di barre e torte colorate prodotte da un elaboratore elettronico.

Non esistevano ancora l’informatica di massa e i personal computer.

I risultati dello studio in AERITALIA furono invece ripresi poi da riviste specializzate e discussi in diverse università del Paese, i sociologi e gli specialisti ritennero che da quella ricerca fossero emersi aspetti nuovi e di notevole interesse sull’orientamento delle nuove generazioni di lavoratori delle fabbriche metalmeccaniche.

Una pagina nuova della storia non solo del Mezzogiorno si intravedeva in quella ricerca nella quale emergevano orientamenti del movimento operaio che lasciavano sullo sfondo lo scontro ideologico perché l’organizzazione taylorista cedeva il passo a un modello in cui anche il lavoratore ritrovava spazio per identificarsi.

A Napoli, alla manifestazione pubblica promossa dal PCI Aeritalia, durante la quale furono presentati gli elaborati, parteciparono lavoratori dell’azienda, studenti e specialisti universitari, una rappresentanza ai massimi livelli dell’azienda, guidata dall’Ing Caporaletti, e diversi sindacalisti, tra i quali Giancarlo Canzanella, Direttore IRES e Gianfranco Federico, sociologo e segretario provinciale della Fiom.

Nessuno dei dirigenti cittadini o provinciali del PCI invece ritenne di partecipare a quell’evento che si svolse nella sala dei convegni del Jolly Hotel di Piazza Municipio, in pratica a pochi metri dalla Federazione del PCI di Via Dei Fiorentini. ( Return Indice )

 

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EPILOGO

Ai comunisti dell’AERITALIA si poneva il quesito se trasferire nell’azione politica gli orientamenti che erano emersi a sorpresa anche nell’inchiesta, oppure, continuare con quella suggerita dalla narrazione della cultura comunista.

Il partito napoletano era fortemente orientato da una formazione operaista; decidere di guardare avanti avrebbe significato per il gruppo dirigente Pci dell’azienda di Pomigliano D’Arco l’isolamento dal vertice territoriale. L’epilogo non poteva essere che quello che poi ci fu: l’abbandono del gruppo dirigente dall’impegno politico per quello lavorativo e professionale e lasciare in un angolo della memoria quell’esperienza che pure aveva segnato tutti loro.

Il nuovo gruppo dirigente della fabbrica che subentrò era molto rappresentativo del territorio di Pomigliano e paesi circostanti e rapidamente si allineò alle posizioni politiche della Federazione di Via Dei Fiorentini.

Di quella vicenda, di quando ilavoratori comunisti avevano avuto la pretesa di governare la fabbrica, si riparlò nei primi anni 90, quando, in una situazione profondamente mutata, l’azienda aveva deciso un pesante ridimensionamento degli impianti napoletani.

Si scatenò a Pomigliano D’Arco un’aspra vertenza sindacale, lo scontro degenerò in una lunga stagione di blocchi stradali e occupazione dello stabilimento di Pomigliano D’Arco; allora chi era stato tra i protagonisti di quella passata stagione dei comunisti della fabbrica, almeno quelli che avevano posizioni di rilievo nel management del gruppo aeronautico, furono oggetti di feroci e gravi attacchi personali.

La natura dello scontro sindacale, che conteneva anche tutta l’amarezza e la delusione personale e ideale di molti militanti comunisti e dirigenti sindacali della CGIL, portò alcuni di questi ad additare come nemici e traditori coloro che i loro stessi ideali li avevano vissuti e condivisi nello stesso progetto politico.

Quella dell’Aeritalia è una storia minore, piccola, e tuttavia gigantesca di fronte alle vicende della politica degli ultimi anni e alla miseria umana dei personaggi d’operetta che esprime ciò che resta ancora in vita di quella storia che ha visto milioni di persone, e non solo lavoratori dell’industria, cercare riscatto personale e sociale. 

Antonio Ferrara

Napoli 25 gennaio 2021

 

 

 

NOTE.    

 

                1.  L’autore del testo non è uno storico, è un giornalista, analista di mercato aeronautico e presidente dell’associazione Aeropolis – E’ stato Segretario della Sezione PCI AERITALIA (1982-86) e nella seconda metà degli anni 2000, segretario di circolo, dirigente nazionale e regionale per i Democratici di Sinistra.    Nel testo, per scelta di chi scrive, i riferimenti a persone sono solo personaggi pubblici. ( Return )

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               2. Le tesi riportate in questa nota sono la ricostruzione è l’interpretazione dei fatti del tutto personale dell’autore. E’ benvenuto qualsiasi contributo di conoscenza e di analisi di chi è informato sui fatti narrati.   ( Return )

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                3.   Commissioni tra direzione aziendale e delegati sindacati dove si decidevano passaggi di livelli, trasferimenti e mobilità, prevalentemente degli operai  ( Return )

 

 

 

 

 

 

( Return Indice )

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Parte 2

 

 

IL CASSETTO DEL DIMENTICATOIO

 

Napoli e il Partito Comunista negli anni 80

La ricostruzione di alcune grandi piccole storie di protagonisti di un’epoca.

(Chi scrive)

Una persona per bene che pose fine alla sua esistenza per coerenza e adesione a un’idea politica.

Quella di Domenico Maresca potrebbe essere una storia di epoche lontane, invece era la mattina del 26 settembre 1986, quando Mimmo, che era uno stimato dirigente della Lega delle Cooperative, si uccise buttandosi nel vuoto dal ponte della stazione della Circumvesuviana di Seiano.

Era un trentatreenne, padre di una bambina. Un giovane militante comunista, un quadro politico su cui aveva investito il partito e la Lega delle cooperative. Era ritenuto vicino a Berardo Impegno, consigliere comunale e allora leader emergente nel PCI napoletano.

Quella tragedia amplificò l’attenzione dell’opinione pubblica sull’inchiesta della magistratura napoletana ricordata delle “Cooperative degli ex detenuti”.

E’ impossibile affermare con certezza cosa indusse al suicidio Maresca, era un funzionario della Lega delle Cooperative, e anche a lui fu inviata una comunicazione giudiziaria per truffa e associazione per delinquere di stampo camorrista.

Da quelle indagini della Procura emerse un sistema di corruzione e collusione tra classe politica, incluso il gruppo dirigente del PCI napoletano, e il malaffare.

Erano trascorsi dieci anni dal momento da quando Enrico Berlinguer alla Festa nazionale dell’Unità a Napoli nel settembre del 1976  concluse con: “è adesso andiamo a lavorare per elevare davanti all’opinione politica nazionale l’affetto e la stima per questa nostra cara Napoli e per il popolo napoletano“.  

I successi elettorali e la cogestione della ricostruzione post terremoto con gli altri partiti e con i grandi gruppi economici del paese, portaron invece il PCI napoletano ad imbarcare anche avventurieri di ogni tipo e la sua classe dirigente assumeva sempre più le stesse caratteristiche delle altre forze di governo.

La portata della vicenda degli Ex detenuti è da rapportare quindi ai primi anni 80 quando le cooperative erano una novità ed anche un’opportunità economica e politica per il Mezzogiorno. Il modello era quello dell’esperienza positiva che le amministrazioni di sinistra avevano costruito nelle regioni del Centro Italia.

Invece quel progetto, all’inizio dell’80’,  avviò un sistema politico e malaffare che trovò conferma negli anni successivi in tangentopoli e in altre inchieste sulla ricostruzione post terremoto.

Una deriva che ridusse a uno sbiadito ricordo la diversità comunista di berlingueriana memoria.

I magistrati appurarono gravi responsabilità penali di numerosi dirigenti delle cooperative e politici napoletani. Una storia che per dimensioni fu la prima azione giudiziaria di quella natura in Campania prima di tangentopoli

E’ difficile immaginare che il gesto estremo di Maresca non sia stato una conseguenza del suo coinvolgimento in quella storia giudiziaria, anche se dalle indagini e ricostruzioni della magistratura non emersero responsabilità precise tali da giustificarne il suo gesto estremo.

Maresca era un ragazzo per bene, gli pesava sopportare la situazione in cui era coinvolto e fin dall’inizio dell’inchiesta aveva chiesto ai magistrati di essere chiamato per chiarire la sua posizione.  La lunga e inutile attesa di una convocazione fu probabilmente causa di quel crescente malessere e disagio che soppressero la sua volontà di continuare a vivere.

L’avvocato Antonio Briganti, legale del giovane dirigente della Lega, dichiarò che il suo difeso «non si occupava di contabilità, non maneggiava denaro e aveva chiesto al magistrato un interrogatorio a chiarimento, era convinto di dimostrare la sua estraneità alla vicenda ma non riusciva a sopportare l’aleggiare del peso dei sospetti e la lentezza dell’inchiesta».

Maresca fu vittima di un meccanismo di cui rappresentava una pedina poco significativa, questa verità, fu riconosciuta anche dalla Commissione parlamentare sulla criminalità organizzata in Campania, nella cui relazione, depositata in Parlamento nell’ottobre del 2000, si legge: “Quelle cooperative – riporta il testo del documento – furono coinvolte negli anni ’80 in uno scandalo di notevoli dimensioni, quasi tutti i vertici delle suddette furono ristretti in carcere per la truffa perpetrata ai danni dello Stato”. “Nello scorrere l’elenco degli ex detenuti soci delle cooperative appaiono nomi del ghota della camorra locale. Inquietanti e non ancora svelati i retroscena e gli autori dell’assassinio dei sigg. Cautiero e De Magistris delegati dei soci cooperatori.”

Le cooperative erano state rigidamente suddivise tra i vari partiti, un’organizzazione capillare dove però inevitabilmente si era infiltrata la camorra, Maresca che era una persona perbene si trovò per coerenza e militanza politica dentro un ingranaggio inesorabile che lo indusse a porre fine alla sua esistenza”.

Il documento fa riferimento a due omicidi su cui ancora non è stata fatta chiarezza, in particolare quello di  Vincenzo Cautero, un delegato di una cooperativa di ex detenuti, socio in affari di Salvatore Giuliano e cugino della moglie di Guglielmo Giuliano. La vicenda di Cautero, che fu ucciso il 24 gennaio 1986, si incrociò, diversi anni dopo, con l’inchiesta sull’omicidio di Giacarlo Siani, ucciso dalla Camorra quattro mesi dopo del Cautiero.   ( Return Indice )

 

LE COOPERATIVE DEGLI EX DETENUTI

La vicenda degli ex detenuti era iniziata nel 1981 quando i partiti napoletani e l’amministrazione di Maurizio Valenzi concordarono con il Governo una misura per arginare il crescente disagio sociale nei quartieri poveri della città.

Quel provvedimento voleva solo essere una risposta, in qualche modo anche innovativa, a un problema che nel nostro Paese non ha mai trovato, nemmeno dopo tanti decenni, soluzione. Il progetto doveva consentire il reinserimento nella legalità di larghe fasce di napoletani che avevano pagato con la galera i loro precedenti errori.

Una scelta politica coraggiosa e molto rischiosa da contestualizzare e ricondurla in quel momento storico drammatico che viveva Napoli e l’intera Campania. ( Return Indice )

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La città, il dramma del terremoto e la strategia eversiva.

Nel 1980 l’Irpinia e la città erano stati pesantementi colpiti dagli eventi sismici, il dramma era tale che i napoletani per la prima volta avevano tralasciato anche la “guerra” dei botti a San Silvestro. Non era successo nemmeno durante la guerra.

Nei mesi successivi al terremoto si era nel pieno della gestione straordinaria di Giuseppe Zamberletti e migliaia di persone vivevano in alberghi assistiti dal Comune e dal Commissariato Straordinario. La tensione e il disagio in città alimentavano diffusi fenomeni d’illegalità. La confusione, l’inefficienza e gli sperperi degli aiuti alimentavano il malessere nei quartieri popolari del Centro storico e in quelli operai.

Una situazione inimmaginabile appena pochi mesi prima che allargava gli spazi d’azione al terrorismo nel pieno della loro strategia eversiva.  Le Brigate Rosse rapidamente aggregarono le varie sigle locali che si richiamavano a un progetto rivoluzionario armato, e approntarono una nuova strategia che puntava ad allargare il consenso sociale tra i ceti popolari di maggior disagio della città.

Era  giugno di quel 1981 quando le Br rapirono e gambizzarono l’assessore comunista all’Urbanistica e preside di Architettura Uberto Siola. L’assessore era ritenuto, a giusta ragione, una figura chiave della ricostruzione post terremoto.

I brigatisti minacciarono d’intensificare le azioni militari mentre lo Stato e le istituzioni locali erano nel pieno delle difficoltà e della confusione. Nei loro proclami  le Br come primo segnale chiesero e ottennero dalle istituzioni enormi aiuti alimentari non solo per i terremotati ma estesi a tutti i poveri della città.

I mercatini rionali s’ingolfarono di coperte, forme intere di parmigiano e altri generi  alimentari che erano stati distribuiti ai cittadini in lunghissime file nei centri di allestiti dal Comune. Come avviene oggi per ‘il reddito di cittadinanza’, anche allora  gli aiuti pubblici arrivarono anche ai tanti, troppi miserabili furbi della città, che ne ricavarono poche lire cedendo la merce a commercianti ambulanti disonesti.

In aprile a Torre del Greco, gli stessi terroristi avevano sequestrato l’assessore regionale all’Urbanistica Ciro Cirillo. Il personaggio non era certo tra i politici amati dai napoletani che lo ritenevano l’esponente democristiano portatore d’interessi del mondo della speculazione e del clan dei Gava.

Le Brigate Rosse gestirono al meglio l’azione militare. Dopo la lunga e nota trattativa tra lo Stato Italiano, Democrazia Cristiana, Brigate Rosse, Servizi Segreti e Camorra, il 24 luglio, Cirillo fu liberato.

I terroristi incassarono un riscatto di un miliardo e 450 milioni di lire «raccolti da amici», come sostenne lo stesso Cirillo. Il denaro, successivamente si appurò, era stato fornito da personaggi che a vario titolo nei mesi successivi parteciparono alla ricostruzione delle zone terremotate.

Nella  documentazione dell’ndagine del giudice Carlo Alemi si rileva che circa un miliardo e mezzo di lire furono promessi a Cutolo per la mediazione, non è chiaro se mai quei soldi gli furono consegnati, quello che è sicuro è che la Camorra si trovò sdoganata e protagonista sullo scenario della grande politica nazionale.

Le Br, ottennero dal rapimento i soldi con cui finanziarono l’organizzazione e le loro successive azioni,  lo Stato italiano, le istituzioni della Repubblica, la sua classe politica nazionale e napoletana, quello che è sicuro, è che persero la faccia e la legittimazione.

Da allora e negli anni successivi la città ha dovuto fare i conti con il salto di qualità della criminalità organizzata che puntava, e spesso accedeva, a Napoli e in Campania, ad appalti e risorse per la ricostruzione. ( Return Indice )

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I MOVIMENTI DI LOTTA PER IL LAVORO

In quel 1981, per il crescere del disagio sociale, nuovi soggetti si affermavano sulla scena sociale: le organizzazioni rivoluzionarie e i movimenti di lotta per il lavoro e la casa.

Nei quartieri del Centro Storico le organizzazioni di disoccupati organizzati, apparse per la prima volta nel 1974,  contavano migliaia d’iscritti e le sedi di movimenti politici antagonisti si diffusero in città, dal Vomero, Fuorigrotta, Bagnoli, Forcella al Casale di Posillipo e nei quartieri della periferia di tradizione operaia.

La città era prostrata, l’economia a pezzi, gli iscritti al collocamento erano più di centomila, cresceva il carovita e in tutta la regione e nell’area metropolitana si contavano in centinaia di migliaia i senzatetto.

Nei primi otto mesi dell’anno, Napoli contò 148 i morti ammazzati e i disoccupati assalirono la Camera del Lavoro, furono loro e non i fascisti di oggi e del passato, a devastare gli uffici del sindacato.

L’ordine pubblico era sconvolto e in città scoppiavano continuamente scontri e gravi incidenti tra le forze dell’ordine e chi era privo di casa e chiedeva all’amministrazione una sistemazione, tra chi  aveva un lavoro e lo difendeva e chi lo cercava con la forza della disperazione.

Lo scenario era sempre più ingovernabile e l’intreccio con scambi di “favori” fra terrorismo e malavita  organizzata dilatava lo spazio a poteri illegittimi.

I partiti napoletani erano inabissati e allo sbando, intimoriti e con le spalle al muro, i Consigli di Quartiere erano stati spinti, privi di reali poteri, in prima linea dall’amministrazione comunale per arginare le pressioni popolari sul Palazzo San Giacomo e dare risposte a domande di primaria assistenza dei cittadini.

I più furbi dei dirigenti politici, anche della sinistra, si attrezzavano per partecipare all’arrembaggio ai fondi per la ricostruzione.

Era evidente che in quella situazione la tenuta dello Stato era fortemente esposta, quella disperazione della città facilmente avrebbe trovato sbocco politico  in forme di alleanza sociale tra vaste aree della popolazione con la Camorra e le organizzazioni terroristiche.

Sembrava uno scenario apocalittico e senza uscita, invece ancora una volta la città riuscì a venirne fuori,  anche se il prezzo per i napoletani fu alto, forse troppo, perchè quello che persero come moralità e dignità in quegli anni, non è mai più stato recuperato. ( Return Indice )

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IL PIANO PER IL LAVORO E LE COOPERATIVE DEGLI EX DETENUTI

La classe dirigente locale e nazionale era consapevole dei rischi che correva l’ordine pubblico e lo Stato democratico per cui si cercavano soluzioni che contenessero quella deriva, ma, com’è sempre successo nella storia, la paura non e mai una buona consigliera.

In quel 1981 l’amministrazione comunale e i partiti napoletani decisero di mettere in campo un piano di attività pubbliche da affidare a cooperative di giovani, costituite da disoccupati delle liste di lotta e Ex detenuti dei quartieri popolari. Questo tipo di provvedimento avrebbe dovuto riportare in un perimetro legale larghi strati di cittadini che la crisi aveva trascinato in un confino borderline con la criminalità.

Quella soluzione riproponeva uno schema inaugurato alla fine del 1974, quando i  primi cantieristi vennero stabilizzati. Da allora e negli anni successivi, ventiseimila disoccupati della città di Napoli trovarono un lavoro seguendo dei percorsi e delle graduatorie autonome da quelle previste dalla legge per il collocamento al lavoro.

La decisione di inserire ex detenuti in quelle liste fu condivisa da tutte le istituzioni – la Prefettura all’epoca era retta da Riccardo Boccia, poi nominato Alto commissario contro la mafia – anche se, come rilevò la magistratura, consentì alla criminalità organizzata di accedere direttamente alla gestione di risorse pubbliche e ne fece, di fatto, un soggetto politico, di cui le istituzioni, nel futuro, difficilmente avrebbe potuto farne a meno.

Un errore imperdonabile che inaugurò una lunga stagione di cedimenti, e poi di complicità e compromissione della classe politica – non solo napoletana – con il malaffare.  ( Return Indice )

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IL PROGETTO

Il Governo nazionale stanziò per il piano delle Cooperative degli Ex detenuti 240 miliardi di lire – di fatto negli anni furono 280 i miliardi erogati da Comune e Provincia di Napoli – e furono progettati lavori socialmente utili da assegnare alle organizzazioni di disoccupati e a ex detenuti. Le cooperative avrebbero dovuto realizzare interventi di risanamento dei quartieri, opere gestite e controllate dalle tre grandi centrali regionali delle cooperative, di fatto quindi da tutti i partiti.

Ognuna delle tre centrali della cooperazione, Lega, Confederazione e Associazione, costituì quattro cooperative di  130/150 soci.  In ognuna delle cooperative solo un centinaio erano ex detenuti, il resto dei soci erano militanti oppure personaggi indicati da politici o amministratori locali.

In poco tempo le cooperative s’ingolfarono di altre liste di lotte fino a contenere 4.600 disoccupati.

Il Presidente della Lega che si richiamava alla sinistra napoletana era allora un esponente di primo piano del PCI, Ricciotti Adinolfi in quale non condivise dall’inizio quell’iniziativa e fu sostituito con l’architetto Luciano Miraglia, altro personaggio indicato dal PCI napoletano e finito tra gli arrestati nel corso dell’inchiesta.

Nei mesi successivi, durante le indagini, dopo una presa di distanza tardiva di Gerardo Chiaromonte, anche molti dirigenti locali in riunioni chiuse del partito si espressero molto criticamente su quell’iniziativa dell’amministrazione comunale. 

Il progetto delle cooperative deragliò dopo alcuni anni dal suo esordio, quando scattarono le indagini a seguito – secondo la stampa dell’epoca – di elementi raccolti durante le indagini sull’assassinio del giornalista napoletano Giancarlo Siani.

Da quell’inchiesta a tutto campo sulla Camorra napoletana che impegnò a tutto campo le forze dello Stato, emersero irregolarità in operazioni della pubblica amministrazione, tangenti ai partiti e la conferma che la famiglia camorrista dei Giuliano di Forcella egemonizzava e gestiva un’estesa platea di disoccupati delle cooperative di ex detenuti.

L’inchiesta fu affidata al magistrato Guglielmo Palmeri dell’ufficio istruzione del tribunale di Napoli che nel corso degli anni successivi portò a sentenza il dossier.

Il magistrato non era nuovo a inchieste spinose, si era occupato del clan Gionta, la famiglia di Torre Annunziata che controllava tutte le attività economiche sulla costa vesuviana.

La verità, quella vera e completa su tutta quella vicenda, forse non è mai emersa del tutto anche perché quella storia, tutto sommato solo napoletana, divenne ben presto poco rilevante rispetto agli eventi che in rapida e drammatica successione disorientavano l’opinione pubblica e trasformarono radicalmente l’assetto politico e sociale del nostro Paese. ( Return Indice )

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LE VICENDE AL CENTRO DELLO SCANDALO

L’Unità affidò l’inchiesta sulle cooperative prima a Luigi Vicinanza poi anche a Rocco Di Blasi, in uno degli articoli pubblicati si legge che “nel primo periodo della storia delle cooperative, dall’81 all’83, secondo gli Inquirenti, le coop avrebbero falsificato fatture relative a contratti con gli enti locali (Comune e Provincia) per i quali svolgevano lavori socialmente utili”. “Dalla fine dell’83 al marzo ’84 tutto sarebbe filato liscio in quanto le cooperative erano in cassa integrazione”. “Dall’84 fino ad oggi 1986 invece i contratti con gli enti locali si sarebbero trasformati in convenzioni; in questo periodo la truffa è cresciuta di entità poiché le cooperative hanno trattenuto illegalmente il 51%”.

Il meccanismo della truffa.

 Alcuni particolari del meccanismo della maxitruffa furono spiegati alla stampa dallo stesso giudice istruttore «E’ stato sperperato — sostenne il magistrato — un numero enorme di denaro». «Svariati miliardi con un uso perverso del meccanismo del 51%». «Nelle convenzioni stipulate da Comune e Provincia di Napoli con le tre centrali della cooperazione era previsto il versamento dello stipendio per ogni singolo socio, di un contributo del 5% per le spese generali di organizzazione e di un’ulteriore quota del 51% per la copertura all’Inps e all’Inail degli oneri sociali».

Nel Mezzogiorno, sostenne il giudice, per chi opera in quel settore «la legge prevede agevolazioni: invece del 51% basta pagare il 28%». «Allora, — continua il giudice Palmeri — nei bilanci avrebbe dovuto esserci la giustificazione dell’uso della differenza di denaro incassata e non versata, di questo invece non c’è traccia: dove sono finiti i soldi?». Erano tantissimi soldi. «In parte se li sono messi In tasca loro, i capi delle centrali napoletane, sul resto non posso dir nulla. Vedremo dove arriveranno le Indagini».

Nell’’udienza del 6 aprile 1988 a Napoli il magistrato dettagliò molti degli aspetti dell’inchiesta, Radio Radicale registrò cinque ore di audio, dal dibattimento emerse tra l’altro che i posti per l’ingresso nelle liste delle cooperative erano stati venduti, mediatori e camorristi si facevano consegnare dai 6 agli 8 milioni a testa e promettevano il posto sicuro per tutti nell’amministrazione pubblica.( Return Indice )

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PERSONAGGI COINVOLTI NEI PROVVEDIMENTI DELLA MAGISTRATURA

Il magistrato, tra maggio e ottobre del 1986, emise numerosi provvedimenti e ventotto mandati di cattura, indirizzati a personaggi noti e rappresentanti di tutti i partiti napoletani e della cooperazione.

Tra i nomi maggiormente coinvolti nell’inchiesta c’era quello del sindaco di Procida, Vincenzo Esposito, socialista ritenuto vicino all’assessore Giulio Di Donato, Gabriele Airola, Luciano Miraglia, Bruno Fanelli, Antonio Fusco e Raffaele Beato, vicesindaco socialista di Portici.

Le porte di Poggioreale si aprirono per il consigliere comunale Aldo De Rosa, Marco Nicola Mazzella Di Bosco presidente di una coop di ex detenuti. In galera ci finirono anche Lucio Gallo, Luigi Reale, Antonio Chiarella ex assessore del Psdi, Francesco Capacchione e Cosimo Barbato, già assessore democristiano al Comune di Napoli, tutti delle coop bianche.

Una comunicazione giudiziaria per ricettazione e associazione per delinquere di stampo mafioso raggiunse il sub commissario della federazione socialista di Napoli, Freddy Scalfati. Il magistrato dopo un sopralluogo nella sede del Psi, in via Marchese Campodisola, decide per l’arresto anche del segretario amministrativo Nicola Canciello e del sindacalista della Uil, Vincenzo Siciliano.

Fermato per reticenza il consigliere provinciale comunista di Avellino, Gerardo Moscariello.

Nell’inchiesta a conferma delle sue tesi, il magistrato inviò un mandato di  cattura anche Salvatore Giuliano, il «padrino» di Forcella che era nelle coop di ex detenuti.

Quando il giudice istruttore nel corso dell’inchiesta sulle cooperative inviò quattro comunicazioni giudiziarie per favoreggiamento anche al presidente nazionale della Lega delle cooperative Onello Prandini, al vicepresidente Umberto Dragone, a Luigi Rosafio, membro dell’ufficio di presidenza, e Mauro Nocchi, consulente legale dell’organizzazione, ritenendo che i «vertici» nazionali della Lega fossero informati di quanto accadeva a Napoli. Immediata ci fu la reazione della struttura nazionale che prese le distanze dal gruppo dirigente dell’organizzazione napoletana.

Nei mesi successivi l’indagine sulla maxitruffa raggiunse incrociò i delitti del cronista anticamorra Giancarlo Siani e del pregiudicato Vincenzo Cautero, delegato di una delle cooperative sotto inchiesta, il magistrato inviò altre 17 comunicazioni giudiziarie.

Furono coinvolti anche due ispettori del commissariato di Montecalvario e un nutrito gruppo di altri esponenti politici: il sottosegretario Alberto Ciampaglia, l’assessore e il consigliere regionale del Psdi Gennaro D’ Ambrosio e Giovanni Grieco, gli ex consiglieri comunali Edmondo Mundo e Salvatore De Rosa (anche loro socialdemocratici), l’ex consigliere comunale della Dc Luciano Donelli. La comunicazione fi inviata anche ad altri boss della camorra come Salvatore Lo Russo del clan dei capitoni di Secondigliano e Marco Mariano, fratello del boss dei Quartieri.

La vicenda delle cooperative ritornò all’attenzione dell’opinione pubblica del 2015, quando in un’inchiesta condotta dal pool guidato dal procuratore aggiunto Filippo Beatrice e dal Pm Henry John Woodcock, emersero legami del clan camorristico Contini con esponenti della pubblica amministrazione e con cooperative di ex detenuti.

Stando agli accertamenti della finanza le cooperative avrebbero intascato soldi e finanziamenti per interventi mai avvenuti. Da dichiarazioni di un collaboratore di giustizia venne fuori che dei soci delle cooperative ricevevano lo stipendio regolarmente anche non lavorando.

Ventiquattro persone furono indagate per reati di associazione per delinquere e truffa aggravata. Tra gli indagati anche un avvocato e alcuni funzionari provinciali.

La sentenza ha riconosciuto colpevoli di reati minori solo alcuni degli accusati.

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IL PARTITO COMUNISTI E LE SUE RESPONSABILITA’

Quella delle cooperative degli ex detenuti è stata una storia che ha visto coinvolti  un pezzo importante dell’intera classe dirigente e tutti i partiti napoletani.

Alcuni mesi dopo, quando lo scandalo era ormai di dominio pubblico, si aprì, come si diceva a quei tempi, una riflessione fortemente critica sui rapporti tra Lega e i partiti della sinistra. Il gruppo dirigente napoletano del PCI fu pesantemente messo sotto accusa dai vertici del partito, ma non ci furono conseguenze per nessuno dei vertici della Federazione napoletana e campana. Nessuna responsabilità politica di dirigenti locali venne fuori con chiarezza.

Il Psi era da anni una disincantata forza di governo avvezza alle pratiche di gestione del potere per cui tutta la vicenda nemmeno sfiorò le figure di primo piano del partito ne quelli che nell’amministrazione di Valenzi avevano avuto ruoli di primissimo piano.

I vertici nazionali delle organizzazioni della cooperazione invece pretesero scelte radicali e molti i dirigenti locali furono rimossi, le strutture della Lega furono commissariate.

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LA DISCUSSIONE NEL PCI

Per il PCI e per molti dei suoi militanti qualla degli Ex detenuti fu una vicenda amara  perchè era la prima volta che il partito e la sua amministrazione finivano in un’inchiesta di quella portata.

i comunisti iniziavano solo allora la marcia all’omologazione, e quell’inciampo sicuramente lo pagarono caro.

Lo scandalo e il suicidio di Mimmo Maresca avevano scosso profondamente la base del partito, e in un drammatico comitato federale, a fine ottobre, il segretario provinciale, Umberto Ranieri, nella sua relazione non minimizzò la gravità di quanto era accaduto, anche se rivendicò l’estraneità del partito in quanto tale al malaffare, e aggiunge: «Non ci siamo resi conto tempestivamente di quanto stava avvenendo». «È stato un errore politico serio, forse il più grave di tutti».

A quella riunione partecipò anche Maurizio Valenzi che nel 1981 era stato sindaco della giunta che concepì la misura per gli ex detenuti. Quando intervenne nella discussione, in una sala stanca da ore di discussione ma muta e attentissima, rilanciò come era solito fare quando era in difficoltà. Alzò il tiro con un intervento di grande spessore e senza alcuna sfumatura che lasciasse intendere una difesa del suo operato e della giunta, si soffermò in descrizioni sulle drammaticità della situazione cittadina e rivendicò il ruolo della sua amministrazione nell’affrontare le emergenze, «con la 285, seimila giovani sono stati assunti dal Comune». «Il problema vero di Napoli – come poi è stato ripetuto nei decenni successivi – è che si deve uscire dalla cultura dell’emergenza».

L’ex  sindaco, politico di grande esperienza e capacità, aveva capito che era decisione dell’intero gruppo dirigente di chiudere con quella storia e con le lacerazioni sotto traccia, bisognava salvare “la ditta”. Durante le dodici ore filate di dibattito e nei trentacinque interventi, in quella riunione, nessuno evidenziò esplicitamente e direttamente responsabilità politiche di alcuno, meno che mai di Valenzi dei suoi amministratori.

Dopo quella discussione il partito comunista napoletano archiviò il dossier che passò nel cassetto delle storie dimenticate.

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LA LEGGE 285 E LE COOPERATIVE DI SERVIZIO

Nel suo intervento, Valenzi in quella riunione del gruppo dirigente aveva ricordato il ruolo della sua amministrazione nella legge 285, il primo grande intervento per l’occupazione del Governo. Era il marzo del 1977, e sulla scia del compromesso storico e delle manifestazioni di piazza si varò un piano per favorire il lavoro ai giovani.

La misura fu finanziata per un triennio con 1.060 miliardi di lire, successivamente fu oggetto di modificazioni e integrazioni e cessò di operare nel 1985.

Il provvedimento prevedeva la creazione di nuove imprese e cooperative cui non solo le istituzioni avrebbero dovuto affidare progetti.

Durante gli anni si ridusse all’assunzione di 60 mila persone nella pubblica amministrazione. Nel napoletano solo in alcuni grandi gruppi industriali i sindacati ottennero l’assunzione di giovani tramiti le modalità di quella legge.

La legge 285, per Napoli e la Campania fu purtroppo anche abbrivo alla stagione di un nuovo clientelismo di massa attuata con una pratica innovativa rispetto al modello di gestione del potere e controllo sui cittadini praticato nel passato dalla Democrazia Cristiana e dalle altre forze politiche.

Le lotte per il lavoro le facevano le liste dei disoccupati organizzati, gestivano di fatto le assunzioni quindi i rapporti con le istituzioni e i partiti passavano per la “liturgia”della decisione politica degli organismi dirigenti centrali e territoriali.

Negli ultimi tre anni del 70’ si calcola che in Campania gli avviamenti al lavoro con la legge 285 furono oltre diecimila, la gran parte nella pubblica amministrazione dove nel corso degli anni successivi furono definitivamente assunti.

In quel contesto il gruppo dirigente napoletano del PCI pensò bene di favorire l’ingresso nel mondo del lavoro anche i suoi quadri politici giovani.

I diplomati e laureati e quelli più politicamente promettenti, furono inseriti in alcune cooperative come la Biblion e la Ecosub, e poi transitati verso il Comune e le strutture del ministero dei Beni Culturali.

Molti altri ragazzi che militavano nelle sezioni territoriali restarono fuori, era impossibile avere risposte positive per tutti e questo inevitabilmente innescò non poche tensioni e pressioni verso i gruppi dirigenti regionali e provinciali del partito che non potevano che cercare di contenerle costruendo altre opportunità di assunzioni per i suoi militanti. ( Return Indice )

 

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1984 – Il PCI e lo scandalo delle 96 assunzioni alla Provincia di Napoli

Nel 1986 la vicenda delle cooperative degli ex detenuti, l’intervento della magistratura e il ruolo acclarato svolto dalla Camorra, ebbe un’enorme evidenza pubblica.

Cosi non avvenne nell’ottobre del 1984, in una storia di lottizzazione apparentemente marginale, denunziata dalla stampa locale.

Era emerso che tra i 96 nuovi assunti della Provincia di Napoli per gli organici del CPE (un servizio di sostegno per le attività didattiche, dipendente dall’assessorato alla Pubblica Istruzione), c’erano figli, militanti e parenti dei consiglieri provinciali e funzionari del PCI.

Quella lottizzazione che era stata orchestrata da tutti i partiti presenti in consiglio, finì per lacerare i militanti comunisti.

Quando la vicenda fu resa pubblica, durissime furono le prese di posizioni delle sezioni della città, e numerosi i telegrammi e le lettere di proteste di semplici militanti.

Una storia indifendibile, “assunzioni di famiglia” che in quel caso portò all’uscita di scena di figure importanti del partito napoletano, come Federico Mauriello, il figlio Sabatino era tra i nuovi assunti; Gennaro Limone, vicinissimo ad Antonio Bassolino, per l’incarico alla moglie, Chiara Ercole, consigliere provinciale, che aveva ottenuto l’assunzione della sorella Elisa, e Giosuè Sulipano, consigliere provinciale, all’epoca dei fatti, capo del gruppo comunista in consiglio.

Al comitato per la programmazione educativa – come ricostruì Giuseppe D’Avanzo –  furono assunte novantasei persone”. “Ai quarantacinque consiglieri (quattordici comunisti, quattordici democristiani, sette missini, cinque socialisti, tre socialdemocratici, un repubblicano, un liberale) fu chiesto di indicare due nomi a testa”. “Sei assunzioni furono messe, invece, a disposizione dei funzionari dell’ente che avrebbero dovuto accelerare le pratiche di assunzione”. “Nel lungo elenco finirono così ex sindaci, funzionari di partito, dirigenti di associazioni vicine alle forze politiche e naturalmente parenti prossimi di alcuni funzionari e i figli dei consiglieri Dc, Giovanni Tremante e Vincenzo Romano, la sorella del consigliere comunista Chiara Ercole, l’ex parroco di Sorrento, Giuseppe Aiello, e anche un neofascista, detenuto per rapina e omicidio nel carcere di Poggioreale”.

Senza togliere niente a D’Avanzo, la vicenda fu però portata alla luce da un grande giornalista comunista napoletano, Matteo Cosenza di «Paese Sera», che era uscito nei giorni precedenti con un titolo aritmetico: «2×45 più 2×3 ». Il senso dell’articolo era questo: In consiglio provinciale ci sono 45 consiglieri, 2 posti ciascuno e si arriva a 90 persone da assumere, 6 posti erano assegnati ai funzionari della Provincia.

Pur essendo un militante del partito Cosenza fece prevalere la deontologia del suo lavoro, e pubblicò il martedì 23 ottobre 1984 le informazioni di cui era venuto in possesso alcuni giorni prima.

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LA RIVINCITA SUL “MORALISMO” DEL PCI

Nel 1983 Valenzi lasciava Palazzo San Giacomo a Francesco Picardi, ricordato come “Il Sindaco dei cento giorni“. Poi per la vita amministrativa della città iniziava la sua “stagione buia”.

La poltrona di sindaco da Vincenzo Scotti e fino alle vicende di tangentopoli, tornò ai democristiani e poi a mediocri personaggi del sottobosco politico napoletano.

La polemica sulle assunzioni lottizzate alla Provincia divampò rapidamente perché il PCI napoletano nel settembre di quello stesso anno aveva violentemente attaccato le diffuse pratiche clientelari della giunta comunale quadripartita (DC, PRI, PSDI, PLI) a cui, secondo i comunisti, aveva partecipato anche il Psi che sosteneva all’esterno l’amministrazione minoritaria.

Nei suoi 76 giorni da sindaco, Vincenzo Scotti aveva nominato 35 nuovi dirigenti, affidato a trattativa privata lavori per un importo di 300 miliardi senza che neppure ci fosse la copertura finanziaria e assunto 96 funzionari da assegnare al Commissariato per la ricostruzione.

Il suo successore e collega di partito Mario Forte di fronte alle accuse dei comunisti, pur dichiarando legittimi gli atti del suo predecessore, annullò quegli incarichi e spaccò il gruppo democristiano dichiarando alla stampa che se Scotti e i suoi amici per ritorsione non votavano il bilancio della sua amministrazione, non escludeva l’ipotesi “dell’appoggio dei missini”.

Tutto rientrò perché Scotti era anche il vicesegretario del partito.I provvedimenti assunti in precedenza furono riconfermati e il bilancio approvato.

Restò sospeso il conto con i comunisti i quali si ritrovarono presto sulla stampa per le vicenda della Provincia, dove loro stessi erano coinvolti in pratiche clientelari-familiari di cui nelle precedenti settimane avevano accusati i colleghi degli altri partiti. 

Il clima di polemica nel PCI era pesante, anche se non sboccò in scontro aperto, della vicenda si interessò lo stesso segretario del PCI Alessandro Natta che praticamente pretese e ottenne le dimissioni dei ritenuti responsabili.

La Federazione napoletana affrontò la questione delle assunzioni alla Provincia, anche in quel caso, come poi avvenne per le Cooperative, fu Umberto Ranieri a relazionare al Comitato Federale. «E’ necessaria una discussione vera, senza giri di parole, che vada al fondo delle cose». «Perché In ogni caso — sostenne Ranieri — quello che è successo deve servirci da lezione». «Ci sono stati errori, superficialità e approssimazione compiuti dal gruppo dirigente e dal gruppo consiliare alla Provincia».«Importante è non lasciare zone d’ombra, rilanciare subito l’iniziativa politica del partito, uscire dall’angolo In cui vorrebbero confinarci approfittando di vicende come questa».

Rileggere quelle affermazioni di Ranieri e considerando quello che poi venne fuori con le cooperative degli Ex detenuti, si può ricostruire quella cappa d’ipocrisia che in quegli anni aleggiava in via Dei Fiorentini. ( Return Indice )

 

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ANTONIO BASSOLINO E “LA TERRA NOSTRA”

Da mezzo secolo Antonio Bassolino è la figura di maggior rilievo della sinistra napoletana. Nelle scorse settimane non gli è riuscita l’impresa di ritornare alla guida della città, e recentemente, forse a supporto della sua candidatura a sindaco, ha pubblicato un libro nel quale ha riproposto le vicende della storia politica recente della città e quelle che l’hanno visto protagonista.

Il libro, a nostro avviso, è improponibile, Bassolino poteva presentarsi in modo diverso e meno “politicistico” e  lasciando da parte quei suoi ragionamenti che volano lontano, forse per mestiere, anche troppo in alto, come se ancora avesse incarichi istituzionali e rapporti politici di cui tenere conto.

Anche quando racconta d’incontri con militanti e comuni cittadini, Bassolino, forse senza nemmeno avere l’intenzione di farlo, riduce tutto a un’autocelebrazione.

Gli ultimi venti anni del PCI a Napoli, a partire dalla stagione dei successi, al terremoto e al terrorismo, furono anni terribili e straordinari per la città e il partito. Di quella storia Bassolino è stata una figura chiave. Quando si consumò lo scandalo delle cooperative degli ex detenuti napoletani, erano gli anni durante i quali era stato il segretario regionale campano, stimato e in ascesa dirigente nazionale del PCI, come lui stesso afferma nel suo ultimo libro.

Un suo contributo fuori dai suoi soliti schemi, oggi aiuterebbe a ricostruire una narrazione serena di quella e di tante altre vicende della storia recente della città.

 

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CONCLUSIONI

A partire dai primi anni ’70, nella città aderirono al PCI una generazione di giovani “incantati dalla politica”.  Erano ragazzi entusiasti di partecipare concretamente al cambiamento sociale e politico, provenivano da tutti i quartieri della città e da tutte le fasce sociali, culturali e familiari. Era una fase della storia di Napoli e del nostro paese che rendeva facile essere motivati e appassionati nell’impegno sociale e politico che molti vissero in un tutt’uno con le aspirazioni professionali e la vita privata.

A partire dai primi anni 80  tramontò quella stagione del “incanto” e anche nelle fabbriche, si faceva strada l’idea che i successi elettorali del partito stavano cambiando in meglio soltanto la vita dei dirigenti politici e gli amministratori che occupavano i posti di potere.

Molti i militanti disillusi e disorientati dalle vicende nazionali e locali, chiusero definitivamente con l’attività politica, altri invece decisero di restare finchè nel novembre del 1989 la storia del PCI si concluse con la svolta della Bolognina.            ( Return Indice )

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NOTE

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  • Chi scrive in quegli anni era a Napoli consigliere della Circoscrizione Mercato-Pendino. (Return)

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       Bassolino TERRA NOSTRA Napoli, la cura e la politica Marsilio 2021 (Return alla nota su libro )

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       Relazione sullo Stato della Lotta alla Mafia presentata alla Camorra alla Camera dei Deputati dalla Commissione Parlamentare d’Inchiesta il 22 ottobre 2000. ( Return alla nota sulla vicenda Maresca )